Nell’epoca in cui i concerti rock trovavano spazio sulle piste da ballo -Paradiso di Trieste, Valentinis di Monfalcone-, un gruppo di amici nella periferia dell’estremo nordest decide di prendere il coraggio a due mani, e dare vita a un locale capace di richiamare l’atmosfera glamour delle grandi metropoli. Nasce così sulla statale tra Udine e Gorizia il Cathouse che, ribattezzato come l’omonimo, leggendario club di Los Angeles, alternava serate djset a concerti che spaziavano dal metal al punk hardcore. White Zombie, Christian Death, Death SS, Jingo De Lunch, Negazione, Extrema sono alcuni dei nomi passati dul suo palco oltre a tanti gruppi tra Udine, Trieste e Pordenone, tra cui Upset Noise, Wind, Silence, Foxy Lady…Abbiamo chiesto a Christian Taddio, che del Cathouse è stato l’anima e co-fondatore, di raccontarci la storia di questa breve ma intensa avventura.
F: Ciao e benvenuto su Freezine! Ci racconti com’è partita l’idea del club?
CT: Era il 1987 e frequentavo ancora l’Istituto Statale d’Arte di Udine. Per chi c’era, sa bene che non era una scuola qualsiasi: era probabilmente il posto più vivo, creativo e alternativo della città. Arrivavano studenti anche da Pordenone e lì dentro convivevano tutte le tribù urbane dell’epoca: dark, new wave, punk, rockabilly, mods, metallari, hippie… e sì, persino i paninari. Un piccolo zoo umano meraviglioso. Io ero ancora un ragazzino e con la mia compagnia frequentavo il Centro Sociale Autogestito di via Volturno, i concerti e i pochi locali di Udine dove gravitava la scena alternativa rock del periodo. Col tempo abbiamo conosciuto un gruppo di ragazzi un po’ più grandi di noi, gente che girava spesso l’Italia e l’estero. Tra loro c’era Diego, con cui poi sarebbe iniziata tutta l’avventura. Da lì si è aperto un mondo: concerti, club fuori regione, weekend infiniti tra Bologna, Milano, Padova e soprattutto Londra, che in quegli anni era una specie di Mecca per chi viveva certe sonorità e certi immaginari. A Bologna avevamo amici con cui poi ci si ritrovava persino a Londra a Camden Town o nei club di Soho. Era un periodo davvero fertile: molto spontaneo, molto autentico, molto meno costruito di oggi. Ad un certo punto Diego si trovò davanti a un bivio: trasferirsi definitivamente a Londra, che frequentava già da anni, oppure tentare una scommessa folle qui da noi. Vinse la follia. Mi propose di fare
il deejay e di condividere con lui la direzione artistica di un club. Io ero totalmente immerso nella musica e nella scena, quindi ci buttammo senza pensarci troppo. O forse pensando pochissimo, che a diciotto anni è pure meglio.

© Christian Taddio
Il nome Cathouse lo scegliemmo insieme. Lo prendemmo ispirandoci a un noto club di Los Angeles: ci piaceva il suono, aveva carattere, evocava qualcosa di sporco, glam e notturno al punto giusto. Il locale aprì a San Giovanni al Natisone, in una posizione strategica sulla statale facilmente raggiungibile da Udine, Gorizia, Monfalcone e Trieste. Col tempo iniziò ad arrivare anche gente da Pordenone, sia grazie alle amicizie che avevamo lì, sia perché facevamo pubbliche relazioni in modo molto artigianale: chilometri in macchina, flyer distribuiti a mano, serate passate a promuovere concerti nei locali della regione. Altro che social network. All’epoca l’algoritmo eri tu, con le scarpe consumate.
Io curavo l’immagine del club: logo, flyer, locandine e gli allestimenti del locale, soprattutto per eventi speciali come Halloween. Oggi sembra normale, ma alla fine degli anni ’80 le feste a tema horror con dress code non erano ancora una moda inflazionata. Credo davvero che siamo stati tra i primi in zona a portare quel tipo di atmosfera scenografica e immersiva. L’esperienza del Cathouse è durata dal 1988 al 1991. Poi, dopo un paio di viaggi negli Stati Uniti, decidemmo di fare il salto e trasferirci per un periodo a Hollywood. E lì iniziò un altro capitolo ancora più folle.
F: A livello generale, già frequentavate dei locali che possono in qualche modo aver ispirato?
CT: Assolutamente sì. Frequentando città come Bologna, Milano e soprattutto Londra, avevamo già in testa un’idea molto precisa di cosa volessimo creare. Locali come Camden Palace, Kit Kat, Gossip, Astoria o in Italia il Tenax, Cellophane, Aleph, Mascotte per citarne qualcuno… e ci avevano fatto capire quanto un club potesse essere non solo un posto dove bere e ascoltare musica, ma un vero punto di ritrovo identitario. Successivamente anche Los Angeles ci influenzò tantissimo: Whisky a Go Go, Rainbow, Viper Room, Sin-a-Matic, Troubadour, Club Ugly e lo stesso Cathouse… erano luoghi dove musica, immagine e atteggiamento si mescolavano continuamente. Noi volevamo portare anche in Friuli quell’energia lì. Un posto dove contassero la musica, il look, l’attitudine e soprattutto il rispetto reciproco. Al Cathouse non ricordo particolari episodi di violenza o risse. La gente veniva per stare bene, conoscere persone simili, sentirsi parte di qualcosa. E poi ci dicevamo: perché certe cose devono succedere solo nelle grandi metropoli? Anche una provincia può avere il suo piccolo angolo fuori dal mondo.

© Christian Taddio
F: Nello specifico del Friuli invece com’era la situazione dei club in quel periodo, e quali idee avevate per attirare pubblico?
CT: Nei primi anni ’80 ricordo locali come il Rocktonda a Udine o il Dejavù di Portogruaro, che Diego e gli altri frequentavano già, mentre io ero ancora troppo giovane per frequentare e senza patente, quindi abbastanza limitato negli spostamenti. Verso la seconda metà degli anni ’80 iniziammo invece a frequentare posti come il Fashion di Trieste, gestito da Clara con Marco Bellini in consolle, oppure alcuni locali alternativi nel pordenonese, come uno storico club a Bannia.
Con il Cathouse volevamo attirare persone che si riconoscessero davvero nella proposta musicale e visiva che offrivamo. Per noi il look era parte integrante della cultura musicale: non semplice estetica, ma linguaggio. Andavamo spesso a cercare vestiti a Milano in via Torino, a Bologna in montagnola e ovviamente durante i nostri viaggi londinesi tra King’s Road, High Street Kensington e Camden Town. Cercavamo i negozi giusti, quelli che vestivano artisti e outsider. Uno su tutti: Red Balls on Fire, storico riferimento della scena rock internazionale, frequentato da gente come Lenny Kravitz, Guns N’ Roses e The Cult, che poi si trasferì a Los Angeles sulla Melrose Avenue. Insomma, volevamo creare un ambiente che avesse personalità vera, non una copia sbiadita di qualcosa visto in tivù.
F: Cosa ci puoi raccontare delle serate djset?
CT: Al Cathouse ero il dj resident e il repertorio partiva dal dark wave: Sisters of Mercy, Bauhaus, Siouxsie and the Banshees, Fields of the Nephilim, Joy Division, The Cramps, Ramones, Sex Pistols, Nitzer Ebb… per poi evolversi verso quello che stava emergendo in quel periodo: Jane’s Addiction, Faith No More, Nirvana e molto altro. Una band fondamentale per noi furono sicuramente i Cult. Tutto il nostro gruppo ne era quasi ossessionato. Con il passaggio dall’album ‘Love’ a ‘Electric’, prodotto da Rick Rubin, cambiarono pelle: dalle atmosfere gothic post-punk passarono a un hard rock molto più diretto e americano. All’inizio quel cambio ci spiazzò parecchio, ma fu anche il ponte che ci portò verso sonorità più street rock e verso gruppi come Guns N’ Roses, L.A. Guns, Faster Pussycat, Mötley Crüe.

© Christian Taddio
Ed è anche uno dei motivi per cui, finita l’esperienza del Cathouse, ci trasferimmo a Los Angeles. In un certo senso quel disco ci aveva già prenotato il volo. Ovviamente c’erano anche radici più classiche: Led Zeppelin, David Bowie, T-Rex, Sweet… tutto il glam rock anni ’70 che continuava a scorrere sotto pelle. Il pubblico era molto eterogeneo ma fidelizzato: amici, habitué della scena friulana e persone che arrivavano anche da fuori regione o dall’estero. Talvolta venivano ragazzi da Lubiana, Nova Gorica, Bologna, Roma o Milano per eventi particolari. Erano spesso persone conosciute ai concerti o nei nostri continui viaggi musicali tra nord Italia ed Europa.
F: Quali concerti ha ospitato il Cathouse? Qualche aneddoto particolare?
CT: Abbiamo organizzato concerti di band come White Zombie, Christian Death, Death SS, Jingo De Lunch, Negazione, Extrema, oltre a tanti gruppi tra Udine, Trieste e Pordenone, come gli Upset Noise e i Wind. Uno degli episodi più memorabili resta sicuramente il concerto dei Death SS. Fu probabilmente uno degli eventi con il maggiore riscontro di pubblico: ricordo fan arrivati già dal mattino e persino un gruppo di ragazze partite dalla Sicilia per esserci. Quella sera il locale esplose: più di mille persone, scenografia macabra curatissima, atmosfera quasi teatrale. E tra le richieste del gruppo ce n’era una piuttosto… particolare: recuperare in macelleria una grossa quantità di frattaglie. Durante il live Steve Sylvester iniziò a lanciarle sul pubblico come in un rituale horror rock delirante. A fine concerto il locale sembrava il set di un film splatter di serie B girato senza permessi. Per ripulire e disinfettare tutto ci vollero due giorni interi. Però sì, è stata una notte epica.
F: Come funzionava la convivenza di generi musicali diversi nello stesso locale?
CT: In realtà funzionava molto meglio di quanto si possa pensare oggi. C’erano identità diverse, certo, ma meno rigidità tribalistiche. Io partivo spesso con sonorità gothic e alternative più iconiche, poi durante la serata calibravo il set in base alla pista e alle persone presenti, passando dal punk all’hard rock senza grossi problemi. La consolle era quasi un confessionale: tutti arrivavano a chiedere pezzi. Cercavo di accontentare più persone possibile… anche se ovviamente non tutte. Altrimenti avrei dovuto mettere su una juke box e andare a bere al bancone.

musica e backstage.
© Christian Taddio
F: In California hai avuto modo di toccare con mano posti di una scena rock leggendaria, qual è stato l’impatto e che cosa puoi raccontare di quell’esperienza?
CT: Vivere a Hollywood è stata un’esperienza che, ancora oggi, mi sembra sospesa tra realtà e pellicola. L’America non è l’Europa, nel bene e nel male: cambia il ritmo, cambia lo spazio, cambia perfino il modo in cui ti muovi dentro una città. E Los Angeles poi non è una città, è una distorsione geografica del concetto stesso di ‘città’. Hollywood, in particolare, è un set permanente: anche quando non succede nulla, hai sempre la sensazione che qualcosa stia per iniziare. La vita notturna ruotava attorno a luoghi che, per chi è cresciuto con una certa musica, erano quasi mitologici. Il Sunset Strip era una specie di corridoio elettrico. Ci muovevamo spesso con una Cadillac anni ‘70 comprata lì, che già di per sé sembrava un gesto più cinematografico che pratico. Una tappa quasi rituale era il Rainbow: birre e cocktail, ore leggere prima di finire a ballare o a vagare tra un locale e l’altro. Lì la normalità era relativa. Lemmy dei Motörhead era di casa, sempre dietro al biliardo come se fosse un arredo fisso del posto. Una volta ci siamo ritrovati anche a giocare una partita con lui, con quella naturalezza surreale che certe città sanno regalare senza chiedere permesso. Capitava poi di incrociare Slash e Duff dei Guns N’ Roses, o musicisti di band locali che lì erano nomi importanti anche se da noi non erano conosciuti… e una volta pure Lenny Kravitz lo trovammo seduto ad un tavolo a bere con amici.
Il Club Ugly, gestito dalla moglie di Vince Neil dei Mötley Crüe, aveva un’energia più sporca e diretta, mentre il Sin-a-Matic sulla Melrose Avenue era probabilmente il nostro preferito: un ecosistema a parte. Musica che spaziava dal gothic allo street rock, dall’industrial al grunge che allora stava esplodendo. Lì potevi incrociare alcuni componenti dei Ministry come se fosse la cosa più normale del mondo. La clientela era un universo parallelo: età, stili, identità mescolati senza gerarchie, con una componente fetish molto dichiarata e una libertà estetica che sembrava quasi irreale. Una delle immagini più forti resta un gruppo arrivato con un carro funebre decorato in stile famiglia Addams, tra teschi e fiamme sulla carrozzeria. Una dichiarazione estetica più che un mezzo di trasporto. Poi c’era il Glam Slam, il locale di Prince, più elegante (bellissimo!), quasi sospeso rispetto al resto…Diverso, sì, ma proprio per questo interessante: anche lì si capiva quanto quella scena fosse contaminata e viva. Prince, del resto, era un artista che non si poteva ignorare, anche quando non era il ‘tuo’ mondo. I live li vedevamo spesso al Troubadour, al Whisky a Go Go o Viper Room, luoghi che hanno praticamente scritto una parte della storia del rock. E poi concerti, notti infinite, e un Capodanno in un locale ad Anaheim con i Bang Tango.
Col tempo i dettagli si sfumano, ma resta nitida una sensazione: non era solo assistere a una scena musicale. Era attraversarla mentre stava ancora accadendo.

© Christian Taddio
F: Oggi esistono numerose serate organizzate in ricordo/tributo a club e discoteche storiche, avete già fatto qualcosa di simile o non vi interessa proprio?
CT: C’è sicuramente una forte voglia di revival e non ho nulla contro questo tipo di serate: hanno un loro pubblico e una loro funzione. Però né io né Diego siamo mai stati particolarmente attratti dall’idea di vivere di nostalgia. I ricordi sono preziosi, ma se ci resti troppo dentro rischi di trasformarti nella cover band di te stesso.
Dopo l’esperienza californiana, dalla metà degli anni ’90 abbiamo iniziato a lavorare e collaborare con diversi club in Italia, tra cui Movida, Gilda ed Exogroove, avvicinandoci sempre di più alla musica elettronica, alla direzione artistica e agli allestimenti. Nei primi anni 2000 ci siamo concentrati soprattutto in Friuli Venezia Giulia, collaborando con realtà come il Kursaal Club, Ca’ Margherita e locali di Trieste come il Salomè. Negli ultimi anni, dopo una pausa e un viaggio a New York dove abbiamo conosciuto Susan Bartsch, la regina delle notti newyorkesi, abbiamo ripreso anche il discorso legato a Halloween. Quell’anima un po’ dark in realtà non se n’è mai andata, si è solo evoluta. Oggi lo facciamo in una chiave più curata: eventi privati su invito, con tema e dress code, dj nazionali e internazionali, performer e location sempre diverse.
La vera sfida, oggi, è trovare luoghi che abbiano ancora un’anima. Spazi belli ce ne sono, ma quelli davvero evocativi sono sempre più rari. Il pubblico è cambiato, è più maturo e molto orientato alla musica elettronica, ma lo spirito resta lo stesso: ricerca, atmosfera, identità.
Cerchiamo di costruire serate che non siano solo intrattenimento, ma piccole parentesi fuori dal quotidiano, dove per qualche ora si sospendono pensieri e routine. In un mercato del divertimento
sempre più omologato e commerciale, proviamo a mantenere una voce diversa, anche restando in Friuli. Io e Diego portiamo semplicemente la nostra visione, e lo ripeto spesso anche a chi ci segue da anni o a chi arriva per passaparola: non facciamo serate per farvi tornare indietro nel tempo… al massimo per ricordarvi che siete ancora in grado di non annoiarvi nel presente.
LEGGI ANCHE:
Whiskey, dischi e rock n’roll: la Trieste che ha fatto scuola
Phantom City, Part 2- la storia del metal a Trieste ’80s ’90s
Phantom City Part 3 – negozi di dischi, edicole, Keen Eyed
La Trieste rock anni ’80 e il suo ‘mito’: cult movie, romanzi, video, racconti





