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Hardcore Reborn: la nuova stagione con Neid, Bologna Violenta, Peter and The Test Tube Babies e molti altri

Dopo aver portato nei mesi scorsi molte band, tra cui Total Chaos e The Casualties, all’Argentinos nell’Ippodromo di Trieste, Hardcore Reborn si prepara per una nuova stagione nella stessa location. Il collettivo ha annunciato l’arrivo nelle prossime settimane di nomi consolidati della scena italiana come Sfregio, Neid, Bologna Violenta, Cimex. Con un occhio puntato anche sulle band provenienti dagli Stati Uniti e UK perché, come dicono in quest’intervista, ‘sono nati nuovi collettivi musicali a Trieste, e questo ci dà ulteriore speranza per il futuro’.

Che cosa potete anticipare della nuova stagione?
Porteremo un sacco di gruppi italiani e stranieri seguiti in Italia e all’estero, ma soprattutto un nuovo festival dedicato agli amanti del punk e del metal: sabato 17 ottobre all’Argentinos-Ippodromo ci sarà infatti la prima edizione del MetalPunxDevastation [info qui] con due nomi di rilievo del panorama italiano: i rockers genovesi Sfregio e Neid, band grindcore nata dalle ceneri di altre band attive nella scena hardcore punk degli anni ’90…e per la prima volta a Trieste ci saranno The Snobs da Budapest! Al festival daremo spazio anche a varie band locali ed emergenti, come piace a noi.
Sabato 6 novembre
porteremo i Bologna Violenta, mentre il 13 novembre ospiteremo una band hardcore americana molto conosciuta, che sarà in tour in Italia in quei giorni, e una band inglese emergente che però in patria è già molto seguita…a brevissimo i nomi! Insieme a loro ci sarà l’introspective hardcore di Hunget At Sunset, il duo goregrind Cannibe ed i nostrani Corpi Contundenti, che quest’estate hanno aperto per i Gogol Bordello al Castello di San Giusto. Poi il 12 dicembre ospiteremo tre artisti seguiti dai giovanissimi in tutta Italia, artisti che stanno facendo dei sold out clamorosi un po’ ovunque, e con loro ci saranno tre giovanissime band locali di supporto.

Il MetalPunxDevastation in programma sabato 17 ottobre 2026


Il 29 gennaio ospiteremo l’unica data italiana dei veterani punk oi! Peter And The Test Tube Babies, ed insieme a loro ci saranno due gruppi spalla di assoluto livello: Cimex, nome storico della scena hc del Nordest, i milanesi Sempre Peggio, mentre ad aprire ci saranno gli Unrevheal. Il 20 marzo ospiteremo la band di culto Napoli Violenta con tante band di supporto. Ci saranno anche altre novità che annunceremo prossimamente.

foto di Enrico Latino

L’anno scorso siete stati itineranti tra Ippodromo, Ferriera e Binario 9: com’è andata e quali difficoltà avete incontrato?
Certi concerti sono andati meglio, altri peggio, sicuramente a Trieste non è facile fare sempre pienone, siamo molto contenti però di essere riusciti a portare in città per ben due volte i Total Chaos e Call The Cops, poi The Casualties, Oxidised Razor, Defiance, Nabat e Stiglitz. Le difficoltà maggiori che abbiamo incontrato in questo percorso sperimentale di testare vari format e varie location sono state più che altre la scarsa affluenza registrata ad alcune serate nei mesi invernali. Poi però siamo riusciti a rifare il Sounds Of Rebellion che è andato benissimo, e siamo molto contenti di aver riportato ai nostri concerti tantissimi triestini!

Nei prossimi mesi manterrete questa formula oppure ci saranno novità?
In questa stagione quasi tutti i live si svolgeranno all’Ippodromo. Stiamo valutando però di rifare qualche concerto al Circolo Ferriera e in un posto nuovo in centro, ma se ne riparlerà nel 2027. Il posto che preferiamo è l’Ippodromo, perché oltre ad essere centrale piace alle band che vengono a suonare a Trieste. Il Circolo Ferriera è un locale che ci vuole bene e che è molto disponibile con noi, purtroppo però è lontanissimo dal centro e non attira i triestini. Al Binario 9, che è la location del nostro cuore, si terranno due speciali djset benefit a ingresso libero: la prima serata sabato 5 settembre con una console d’eccezione che vedrà alternarsi Pio3, Morgan Cree, Polska e Primi S.C.B., mentre venerdì 11 settembre ci sarà il djset di EleNoir per una serata a cura del collettivo dark The Moonlight Society.

Di recente avete portato band come Total Chaos e The Casualties, come sono stati accolti?
I Total Chaos sono stati accolti benissimo, siamo molto soddisfatti dell’affluenza del pubblico ai loro concerti, anche perché quando li abbiamo organizzati nell’agosto del 2025 c’erano tantissimi festival in zona, quindi all’inizio eravamo un po’ preoccupati. La seconda volta li abbiamo chiamati appena dopo nove mesi, un mercoledì di maggio, e portare cento persone a un concerto punk a Trieste durante la settimana non è per niente scontato. I The Casualties invece sono stati accolti più freddamente, diciamo che ci aspettavamo più pubblico da oltre confine, ma in un periodo nel quale ci sono concerti e festival ogni giorno, non siamo stati molto fortunati. Porteremo ancora tantissimi nomi internazionali come gli inglesi Peter And The Test Tube Babies ma anche altre band americane in tour!

Total Chaos all’Argentinos-Ippodromo di Trieste, foto di Enrico Latino

Le band come vi trovano e da dove arrivano?
Le richieste che ci vengono fatte principalmente arrivano su Instagram e via e-mail, la nostra pagina Instagram è molto seguita, e quando organizziamo il Sounds Of Rebellion oppure facciamo un annuncio dove cerchiamo gruppi che vogliono venire a suonare a Trieste, veniamo sommersi da centinaia di richieste: per l’edizione 2026 del festival ne avevamo ricevute circa un centinaio! Quando invece mesi fa avevamo fatto il post per programmare la nuova stagione, ci sono pervenute circa duecento richieste. Le band che ci scrivono, oltre a quasi tutte quelle del Fvg e venete, sono band slovene, croate, ungheresi, austriache, slovacche ma soprattutto dal Sud Italia. Ci scrivono anche tantissime agenzie italiane e straniere che quotidianamente ci propongono almeno tre o quattro band americane e canadesi. Abbiamo ricevuto anche qualche proposta dal Sud America. Purtroppo però riusciamo ad accontentare solo il 10% delle richieste se va tutto bene. Ci piacerebbe poter ospitare più band da tutta Italia, ma per assurdo ci verrebbe a costare più di una band che viene, ad esempio, dalla Polonia. Nel 90% dei casi le richieste ci vengono fatte direttamente dalle stesse band, per il resto ci scrivono promoter ed agenzie.

Di recente la band slovena Human Host Body ha parlato in un’intervista di un vero e proprio boom di giovanissimi che suonano musica estrema. Voi cosa ne pensate, e come si potrebbe fare per dare maggiore risalto a questa scena?
Noi siamo molto soddisfatti della presenza di giovanissimi che vengono ai nostri concerti, ed in futuro speriamo di vederne sempre di più. Inoltre, stiamo cercando di inserire nel progetto Hardcore Reborn diversi nuovi collaboratori, e c’è tanto interesse tra i più giovani. Siamo fiduciosi per il futuro perché stiamo vedendo nascere diverse nuove band punk metal a Trieste, e in generale in tutta la regione. In più sono nati alcuno nuovi collettivi in città, e questo ci dà ulteriore speranza per il futuro. Non è facile fare musica underground a Trieste, ma se riusciremo a coinvolgere ancora più persone, ci aspetta un futuro roseo. Anche perché i costi negli ultimi anni sono triplicati, e senza un buon numero di pubblico è difficile riuscire ad investire e portare band di livello internazionale in città.

Koper: presentati loghi e grafiche del nuovo centro culturale Libertas

Una silhouette nera su sfondo giallo. È questo il logo ufficiale -essenziale, ma al tempo stesso solare ed ottimista-, che il Libertas, il nuovo centro culturale di Koper, ha presentato al pubblico attraverso i suoi canali social. Gli autori Mateja Tomažinčič e Luka Kaše dello studio grafico RIIBA produkcija hanno preso l’edificio, ovvero lo storico ex Magazzino del sale, come simbolo centrale. L’icona visiva della nuova identità visiva deriva direttamente dall’architettura dello spazio, dove la sua sagoma caratteristica e le sue proporzioni sono diventate la base riconoscibile del segno visivo.

Il logo ufficiale del Libertas di Koper [source: Facebook]
la tote bag del Libertas [source: Facebook]

Ricavato negli spazi dell’ex Magazzino del Sale, il nuovo polo culturale di Koper comprende due sale multiuso: una più grande, con 700 posti di cui 200 in piedi, e una più piccola con 326 di cui 100 posti a sedere, una galleria d’arte, una terrazza e uno spazio per la ristorazione.

Il Libertas ospiterà concerti, proiezioni di film, performance e festival con l’obiettivo di diventare un punto di riferimento per l’arte urbana e contemporanea sulla costa slovena, sul modello del celebre centro urbano Kino Šiška di Lubiana.

Un’immagine del cantiere del Libertas [source: www.libertaskopercapodistria.si]

La ristrutturazione rappresenta uno dei maggiori investimenti del Comune di Koper, pari a 6,5 ​​milioni di euro, metà dei quali saranno coperti da fondi europei a fondo perduto. Il Libertas Stičišče kulturCrocevia di Culture di Koper, come è stato denominato, dovrebbe aprire i battenti nella seconda metà del 2026 e sarà gestito dall’Istituto per la Gioventù, la Cultura e il Turismo di Koper.

Sito ufficiale: https://libertaskopercapodistria.si/
Facebook:
https://www.facebook.com/skladiscelibertas
Instagram:
https://www.instagram.com/kulturnosticiscelibertas/

Amyl & The Sniffers, il punk arrogante conquista il Castello di San Giusto

Grande festa punk rock venerdì 7 agosto a Trieste, che nell’ambito della rassegna Hot In The City ha accolto nel piazzale del Castello di San Giusto Amyl & The Sniffers dall’Australia con furore. Unica data italiana organizzata da Good Vibrations insieme a Vigna Pr, ha visto esaurirsi i biglietti in poche settimane dall’annuncio invernale, richiamando nella spettacolare location sul Colle oltre 1800 persone da altre regioni, dalla costa slovena e croata ma anche da molto più lontano: mentre attendiamo in fila socializziamo con una ragazza olandese che è arrivata in bus da Breda, nella foto sotto una coppia di fans provenienti dal Canada.

A San Giusto la band ha proposto una scaletta che ha alternato pezzi più datati a quelli estratti dall’ultimo, acclamato album ‘Cartoon Darkness’ (2024) che, con la data di Trieste e quella successiva a Zagabria, ha finalmente raggiunto anche questa parte d’Europa. La parte centrale dello show, con una hit dietro l’altra da Chewing Gum a Tiny Bikini fino a Jerkin’, trasforma il Castello in un suggestivo dancefloor accarezzato da un piacevole vento tra i capelli. Noti per la carica che trasmettono sul palco, Amyl & The Sniffers fanno dell’energia live il loro marchio di fabbrica, offrendo una performance dove il confine tra pubblico e protagonisti si dissolve per lasciare spazio ad una vera e propria esperienza immersiva, focalizzata più sul ballo ed il coinvolgimento fisico che sull’ascolto.

Amyl & The Sniffers @Castello di San Giusto, Trieste, 7.8.2026

La riconoscibilità dei singoli brani, con relativa esecuzione, diventano dettagli di poco conto all’interno di un ‘viaggio sonoro’ attraverso il tempo e lo spazio capace anche di unire generazioni lontane tra loro.
‘Questi quattro ragazzi provenienti dalla lontana Melbourne sono la reincarnazione, la sintesi del meglio di ciò che abbiamo ascoltato, visto, ballato e pogato in tutti i decenni trascorsi’, commenta all’indomani del concerto uno spettatore su Facebook. ‘Ero sotto il palco e mi sono sentita abbracciare…bellissimo, così anni Novanta!’ racconta una ragazza alla fine dello show. Ecco, forse è proprio nell’atmosfera di rave party la ‘chiave’ del successo di questa band che, partita dalla periferia di Melbourne, negli ultimi anni è salita alla ribalta internazionale aprendo negli stadi per AC/DC e Foo Fighters.

Amyl & The Sniffers @Castello di San Giusto, Trieste, 7.8.2026

Al centro della situazione è ovviamente Amy Taylor, la smiley blondie ‘anima’ della band, ma soprattutto erede di tutta quella scuola di punk queen che, da Joan Jett a Juliette & The Licks partendo dalla Grande Madre Wendy O. Williams, hanno reso il punk un ‘laboratorio’ di libertà femminile. Impressione rafforzata anche dalla nuova line up per due quarti al femminile con Lakota Vella della band Public Figures di Melbourne a sostituire per questo tour Gus Romer, mentre restano i fidati Declan Mehrtens alla chitarra e Bryce Wilson alla batteria.

Amyl & The Sniffers @Castello di San Giusto, Trieste, 7.8.2026

Nonostante la fuga di massa verso la zona bar nell’istante esatto in cui sono apparse sul palco, ci sentiamo comunque di spezzare una lancia a favore della band di apertura Hey Darling, punk trio romagnolo tutto al femminile che ha aperto la serata al Castello. Sodalizio nato nel 2018 sui banchi del liceo, citano tra le loro fonti d’ispirazione proprio Amyl & The Sniffers, dopo aver bucato con il van in autostrada sono riuscite ad arrivare puntuali a Trieste per effettuare il soundcheck, rispettando i tempi di quella che ad oggi è stata sicuramente una delle serate più emozionanti della loro carriera.

Hey Darling! @Castello di San Giusto, Trieste, 7.8.2026

…Ma la festa non finisce mica qui! Prossimo appuntamento al Castello di San Giusto è per martedì 11 agosto con un nome una garanzia ovvero Gogol Bordello! Questa volta in apertura sarà il turno degli eroi locali Corpi Contundenti, tra i nomi di punta della vivace scena triestina punk alternativa esplosa in città dopo la pandemia.

Eyehategod made history performing for the first time at Pula Monteparadiso!

First enjoying opening act from the balcony, then descend into the crowd for an amazing show: Eyehategod made music history last July 4th at Rojc in Pula, performing for their first time in Monteparadiso, the oldest hardcore punk hub in Balkans region. The event was organized by No Profit Recordings, an independent label born from the enthusiasm of several musicians and promoters already active in the local scene. Along hardcore band, they have recently brought to the former Austro-Hungarian barrack also Messa, Mondo Generator, Ufomammut, Bosco Sacro, Rosalie Cunningham etc.

“I love you”, Mike IX Williams at his best repeated not once, but twice, three times, accompanied by his trusted buddies Jimmy Bower, Gary Madder and Aaron Hill. The crowd, excited by the ‘intimate’ venue, step closer to the band during a ritual-performance that for Eyehatego is also a political act, intended not only as entertainment, but as a space for discussion, criticism, and resistance. Williams’ body, and his physical pain, took center stage, like body artists when they deliberately cut and injure themselves to provoke a collective shock, a participation and a powerful reaction.

The opening act was Dwarves, led by Blag Dahlia, the polymorphe frontman who has led the band from the beginning in Chicago 1985. Dahlia is currently experiencing a truly magical moment: thanks to Dwarves’ new, highly acclaimed album ‘Jenkem’, the solo project from his alter ego Ralph Champagne, and, last but not least, his first fatherhood at the age of sixty.

He’s supported by a various lineup, including drummer Gabriel Perez, Italian guitarist Gianluca ‘Ginger’ Panero, and bass player Nick Oliveri, who danced in the front row during Eyehategod’s concert, revealing just how much fun the two bands have together and support each other.

Meanwhile, Pula is already setting for the next event with the Rojc Open Air Festival 2026, a two-day boutique festival that also includes exhibitions, workshop and distro/merch area. The line up on Friday July 10 includes Coltaine, doom metal from Karlsruhe in the heart of the Black Forest, and the French band Djiin, who draw inspiration from 70s progressive rock with blues and jazz influences. Saturday July 11 will be Submeet and Horror Vacui from Italy, while from Japan Green Milk from The Planet Orange, psych punk hardcore since 2001! Tickets available here.

Eyehategod al Monteparadiso di Pola, il concerto è già storia

Si godono l’energia dell’opening act affacciati sul balcone, poi scendono tra la folla per dare vita a un concerto memorabile: Eyehategod hanno fatto la storia della musica lo scorso 4 luglio al Rojc di Pola, per quello che è stata la loro ‘prima volta’ a Monteparadiso, la più antica enclave hardcore punk di questa parte d’Europa. Ad organizzare l’evento la No Profit Recordings, etichetta indipendente nata dall’entusiasmo di alcuni musicisti e promoter già attivi nella scena locale che, oltre a nomi hardcore, negli ultimi tempi ha portato negli spazi dell’ex caserma austro-ungarica anche Messa, Mondo Generator, Ufomammut, Bosco Sacro, Rosalie Cunningham.

‘I love you’ ha ripetuto non una bensì due, tre volte un Mike IX Williams in stato di grazia, accompagnato dai fidati Jimmy Bower, Gary Madder e Aaron Hill. La gente, euforizzata dalla location così ‘intima’, ne ha approfittato per stare attaccata alla band nel corso di un rito-spettacolo che con Eyehategod è sempre anche un atto politico, inteso non solo come intrattenimento, ma spazio di confronto, critica e resistenza. E’ il corpo, ed il dolore fisico che da esso scaturisce, il vero strumento che Williams riposiziona al centro della scena, un po’ come fanno i body artist quando si tagliano e feriscono volontariamente per provocare uno shock collettivo, una partecipazione e reazione incisiva.

Ad aprire le danze sono stati i Dwarves capitanati da Blag Dahlia, il vulcanico frontman che guida la band dalla sua nascita in quel di Chicago nell’ormai lontano 1985, e che attualmente sta vivendo davvero un momento magico: sia grazie all’ultimo, apprezzatissimo album ‘Jenkem’, sia grazie al progetto solista che lo vede esibirsi sotto l’alter ego di Ralph Champagne e, last but not least, anche grazie alla prima paternità arrivata a sessant’anni compiuti.

Coadiuvato da una line up senza frontiere, composta dal batterista Gabriel Perez, dal chitarrista italiano Gianluca ‘Ginger’ Panero e al basso da Nick Oliveri, che durante il concerto degli Eyehategod ha ballato tutto il tempo in prima fila rivelando come le due band si divertono insieme e si sostengono a vicenda.

Intanto Pola si prepara già al prossimo evento in programma questo weekend venerdì 10 e e sabato 11 luglio con il Rojc Open Air Festival 2026, la due giorni di boutique festival che oltre ai concerti comprende anche mostre, performance artistiche, expo di artigianato. Quest’anno ospita otto band della scena internazionale, tra cui Coltaine, doom metal da Karlsruhe nel cuore della Foresta Nera e i francesi Djiin, che si ispirano ad un 70′ progressive rock con venature blues e jazz. Dall’Italia ci saranno i Submeet e Horror Vacui, mentre dal Sol Levante arrivano i Green Milk from The Planet Orange psych punk hardcore since 2001! Biglietti disponibili qui

Zeke al Mostovna chiudono in bellezza un giugno di fuoco

Luna piena per veri lupi mannari al Mostovna di Nova Gorica, che, dopo Possessed e Sarcofago, ha visto -finalmente- riempirsi anche il suo ‘sommergarten’ per Zeke, ciliegina sulla torta di questo giugno davvero ‘estremo’ sia nelle sonorità che nelle temperature.

La band di Seattle, a nove anni dalla partecipazione al Krastival di Comeno, è apparsa decisamente in forma, merito anche di una line up d’eccezione che, oltre al frontman Mark Felchtone e Donny Paycheck alla batteria, vede al basso Kurt Colfelt (Agent Steel, Holy Terror) e alla chitarra Jeff Matz (High On Fire, Mutoid Man), arrivato di corsa con un volo last minute dagli Stati Uniti per sostituire nel tour Jeff Hiatt.

Prima di loro gli Odpadki Civilizacije da Lubiana non hanno acceso la miccia come si sperava, forse anche un po’ penalizzati dal pubblico rimasto bloccato in un ingorgo al bar del club, che ha appena introdotto un laborioso sistema di token contro lo spreco dei bicchieri di plastica.

Ma la vera sorpresa della serata sono stati i Midnight Nutz, nuovo progetto horror punk che riunisce diversi musicisti della scena tra Trieste e Monfalcone. Ad applaudirli, un sacco di amici e fans la cui presenza rivela come il club sloveno sta diventando ormai sempre di più punto di ritrovo anche per la scena hc metal triestina e friulana.

Ma gli appuntamenti estivi del Mostovna non finiscono qui! Sabato 11 luglio tocca ai californiani Strung Out con Belvedere e The Corps (biglietti qui) mentre lunedì 30 agosto la Death Metal Night che vedrà i Massacre eseguire il loro album di debutto del 1991, ‘From Beyond’ nella sua interezza. A fargli compagnia ci saranno i belgi A Goat As Our Sheperd e i local heroes Claustrum, biglietti qui

Phantom City Part 5: La storia del Cathouse 1988-1991

Nell’epoca in cui i concerti rock trovavano spazio sulle piste da ballo -Paradiso di Trieste, Valentinis di Monfalcone-, un gruppo di amici nella periferia dell’estremo nordest decide di prendere il coraggio a due mani, e dare vita a un locale capace di richiamare l’atmosfera glamour delle grandi metropoli. Nasce così sulla statale tra Udine e Gorizia il Cathouse che, ribattezzato come l’omonimo, leggendario club di Los Angeles, alternava serate djset a concerti che spaziavano dal metal al punk hardcore. White Zombie, Christian Death, Death SS, Jingo De Lunch, Negazione, Extrema sono alcuni dei nomi passati dul suo palco oltre a tanti gruppi tra Udine, Trieste e Pordenone, tra cui Upset Noise, Wind, Silence, Foxy Lady…Abbiamo chiesto a Christian Taddio, che del Cathouse è stato l’anima e co-fondatore, di raccontarci la storia di questa breve ma intensa avventura.

F: Ciao e benvenuto su Freezine! Ci racconti com’è partita l’idea del club?

CT: Era il 1987 e frequentavo ancora l’Istituto Statale d’Arte di Udine. Per chi c’era, sa bene che non era una scuola qualsiasi: era probabilmente il posto più vivo, creativo e alternativo della città. Arrivavano studenti anche da Pordenone e lì dentro convivevano tutte le tribù urbane dell’epoca: dark, new wave, punk, rockabilly, mods, metallari, hippie… e sì, persino i paninari. Un piccolo zoo umano meraviglioso. Io ero ancora un ragazzino e con la mia compagnia frequentavo il Centro Sociale Autogestito di via Volturno, i concerti e i pochi locali di Udine dove gravitava la scena alternativa rock del periodo. Col tempo abbiamo conosciuto un gruppo di ragazzi un po’ più grandi di noi, gente che girava spesso l’Italia e l’estero. Tra loro c’era Diego, con cui poi sarebbe iniziata tutta l’avventura. Da lì si è aperto un mondo: concerti, club fuori regione, weekend infiniti tra Bologna, Milano, Padova e soprattutto Londra, che in quegli anni era una specie di Mecca per chi viveva certe sonorità e certi immaginari. A Bologna avevamo amici con cui poi ci si ritrovava persino a Londra a Camden Town o nei club di Soho. Era un periodo davvero fertile: molto spontaneo, molto autentico, molto meno costruito di oggi. Ad un certo punto Diego si trovò davanti a un bivio: trasferirsi definitivamente a Londra, che frequentava già da anni, oppure tentare una scommessa folle qui da noi. Vinse la follia. Mi propose di fare
il deejay e di condividere con lui la direzione artistica di un club. Io ero totalmente immerso nella musica e nella scena, quindi ci buttammo senza pensarci troppo. O forse pensando pochissimo, che a diciotto anni è pure meglio.

Diego Zompicchiatti (in primo piano) con Christian Taddio (a sinistra), anime fondatrici del Cathouse Club, insieme ad alcune ragazze della storica crew che contribuiva all’atmosfera del locale.
© Christian Taddio


Il nome Cathouse lo scegliemmo insieme. Lo prendemmo ispirandoci a un noto club di Los Angeles: ci piaceva il suono, aveva carattere, evocava qualcosa di sporco, glam e notturno al punto giusto. Il locale aprì a San Giovanni al Natisone, in una posizione strategica sulla statale facilmente raggiungibile da Udine, Gorizia, Monfalcone e Trieste. Col tempo iniziò ad arrivare anche gente da Pordenone, sia grazie alle amicizie che avevamo lì, sia perché facevamo pubbliche relazioni in modo molto artigianale: chilometri in macchina, flyer distribuiti a mano, serate passate a promuovere concerti nei locali della regione. Altro che social network. All’epoca l’algoritmo eri tu, con le scarpe consumate.
Io curavo l’immagine del club: logo, flyer, locandine e gli allestimenti del locale, soprattutto per eventi speciali come Halloween. Oggi sembra normale, ma alla fine degli anni ’80 le feste a tema horror con dress code non erano ancora una moda inflazionata. Credo davvero che siamo stati tra i primi in zona a portare quel tipo di atmosfera scenografica e immersiva. L’esperienza del Cathouse è durata dal 1988 al 1991. Poi, dopo un paio di viaggi negli Stati Uniti, decidemmo di fare il salto e trasferirci per un periodo a Hollywood. E lì iniziò un altro capitolo ancora più folle.

Logo del Cathouse
© Christian Taddio

F: A livello generale, già frequentavate dei locali che possono in qualche modo aver ispirato?

CT: Assolutamente sì. Frequentando città come Bologna, Milano e soprattutto Londra, avevamo già in testa un’idea molto precisa di cosa volessimo creare. Locali come Camden Palace, Kit Kat, Gossip, Astoria o in Italia il Tenax, Cellophane, Aleph, Mascotte per citarne qualcuno… e ci avevano fatto capire quanto un club potesse essere non solo un posto dove bere e ascoltare musica, ma un vero punto di ritrovo identitario. Successivamente anche Los Angeles ci influenzò tantissimo: Whisky a Go Go, Rainbow, Viper Room, Sin-a-Matic, Troubadour, Club Ugly e lo stesso Cathouse… erano luoghi dove musica, immagine e atteggiamento si mescolavano continuamente. Noi volevamo portare anche in Friuli quell’energia lì. Un posto dove contassero la musica, il look, l’attitudine e soprattutto il rispetto reciproco. Al Cathouse non ricordo particolari episodi di violenza o risse. La gente veniva per stare bene, conoscere persone simili, sentirsi parte di qualcosa. E poi ci dicevamo: perché certe cose devono succedere solo nelle grandi metropoli? Anche una provincia può avere il suo piccolo angolo fuori dal mondo.

Una serata al Cathouse con alcuni personaggi che hanno animato le sue notti più iconiche
© Christian Taddio

F: Nello specifico del Friuli invece com’era la situazione dei club in quel periodo, e quali idee avevate per attirare pubblico?

CT: Nei primi anni ’80 ricordo locali come il Rocktonda a Udine o il Dejavù di Portogruaro, che Diego e gli altri frequentavano già, mentre io ero ancora troppo giovane per frequentare e senza patente, quindi abbastanza limitato negli spostamenti. Verso la seconda metà degli anni ’80 iniziammo invece a frequentare posti come il Fashion di Trieste, gestito da Clara con Marco Bellini in consolle, oppure alcuni locali alternativi nel pordenonese, come uno storico club a Bannia.
Con il Cathouse volevamo attirare persone che si riconoscessero davvero nella proposta musicale e visiva che offrivamo. Per noi il look era parte integrante della cultura musicale: non semplice estetica, ma linguaggio. Andavamo spesso a cercare vestiti a Milano in via Torino, a Bologna in montagnola e ovviamente durante i nostri viaggi londinesi tra King’s Road, High Street Kensington e Camden Town. Cercavamo i negozi giusti, quelli che vestivano artisti e outsider. Uno su tutti: Red Balls on Fire, storico riferimento della scena rock internazionale, frequentato da gente come Lenny Kravitz, Guns N’ Roses e The Cult, che poi si trasferì a Los Angeles sulla Melrose Avenue. Insomma, volevamo creare un ambiente che avesse personalità vera, non una copia sbiadita di qualcosa visto in tivù.

F: Cosa ci puoi raccontare delle serate djset?

CT: Al Cathouse ero il dj resident e il repertorio partiva dal dark wave: Sisters of Mercy, Bauhaus, Siouxsie and the Banshees, Fields of the Nephilim, Joy Division, The Cramps, Ramones, Sex Pistols, Nitzer Ebb… per poi evolversi verso quello che stava emergendo in quel periodo: Jane’s Addiction, Faith No More, Nirvana e molto altro. Una band fondamentale per noi furono sicuramente i Cult. Tutto il nostro gruppo ne era quasi ossessionato. Con il passaggio dall’album ‘Love’ a ‘Electric’, prodotto da Rick Rubin, cambiarono pelle: dalle atmosfere gothic post-punk passarono a un hard rock molto più diretto e americano. All’inizio quel cambio ci spiazzò parecchio, ma fu anche il ponte che ci portò verso sonorità più street rock e verso gruppi come Guns N’ Roses, L.A. Guns, Faster Pussycat, Mötley Crüe.

Christian alla consolle del Cathouse Club insieme ad alcuni membri della crew del locale
© Christian Taddio

Ed è anche uno dei motivi per cui, finita l’esperienza del Cathouse, ci trasferimmo a Los Angeles. In un certo senso quel disco ci aveva già prenotato il volo. Ovviamente c’erano anche radici più classiche: Led Zeppelin, David Bowie, T-Rex, Sweet… tutto il glam rock anni ’70 che continuava a scorrere sotto pelle. Il pubblico era molto eterogeneo ma fidelizzato: amici, habitué della scena friulana e persone che arrivavano anche da fuori regione o dall’estero. Talvolta venivano ragazzi da Lubiana, Nova Gorica, Bologna, Roma o Milano per eventi particolari. Erano spesso persone conosciute ai concerti o nei nostri continui viaggi musicali tra nord Italia ed Europa.

© Christian Taddio

F: Quali concerti ha ospitato il Cathouse? Qualche aneddoto particolare?

CT: Abbiamo organizzato concerti di band come White Zombie, Christian Death, Death SS, Jingo De Lunch, Negazione, Extrema, oltre a tanti gruppi tra Udine, Trieste e Pordenone, come gli Upset Noise e i Wind. Uno degli episodi più memorabili resta sicuramente il concerto dei Death SS. Fu probabilmente uno degli eventi con il maggiore riscontro di pubblico: ricordo fan arrivati già dal mattino e persino un gruppo di ragazze partite dalla Sicilia per esserci. Quella sera il locale esplose: più di mille persone, scenografia macabra curatissima, atmosfera quasi teatrale. E tra le richieste del gruppo ce n’era una piuttosto… particolare: recuperare in macelleria una grossa quantità di frattaglie. Durante il live Steve Sylvester iniziò a lanciarle sul pubblico come in un rituale horror rock delirante. A fine concerto il locale sembrava il set di un film splatter di serie B girato senza permessi. Per ripulire e disinfettare tutto ci vollero due giorni interi. Però sì, è stata una notte epica.


F: Come funzionava la convivenza di generi musicali diversi nello stesso locale?

CT: In realtà funzionava molto meglio di quanto si possa pensare oggi. C’erano identità diverse, certo, ma meno rigidità tribalistiche. Io partivo spesso con sonorità gothic e alternative più iconiche, poi durante la serata calibravo il set in base alla pista e alle persone presenti, passando dal punk all’hard rock senza grossi problemi. La consolle era quasi un confessionale: tutti arrivavano a chiedere pezzi. Cercavo di accontentare più persone possibile… anche se ovviamente non tutte. Altrimenti avrei dovuto mettere su una juke box e andare a bere al bancone.

Diego e Christian insieme agli amici dell’epoca arrivati da Bologna al Cathouse, tra notti infinite,
musica e backstage.
© Christian Taddio

F: In California hai avuto modo di toccare con mano posti di una scena rock leggendaria, qual è stato l’impatto e che cosa puoi raccontare di quell’esperienza?

CT: Vivere a Hollywood è stata un’esperienza che, ancora oggi, mi sembra sospesa tra realtà e pellicola. L’America non è l’Europa, nel bene e nel male: cambia il ritmo, cambia lo spazio, cambia perfino il modo in cui ti muovi dentro una città. E Los Angeles poi non è una città, è una distorsione geografica del concetto stesso di ‘città’. Hollywood, in particolare, è un set permanente: anche quando non succede nulla, hai sempre la sensazione che qualcosa stia per iniziare. La vita notturna ruotava attorno a luoghi che, per chi è cresciuto con una certa musica, erano quasi mitologici. Il Sunset Strip era una specie di corridoio elettrico. Ci muovevamo spesso con una Cadillac anni ‘70 comprata lì, che già di per sé sembrava un gesto più cinematografico che pratico. Una tappa quasi rituale era il Rainbow: birre e cocktail, ore leggere prima di finire a ballare o a vagare tra un locale e l’altro. Lì la normalità era relativa. Lemmy dei Motörhead era di casa, sempre dietro al biliardo come se fosse un arredo fisso del posto. Una volta ci siamo ritrovati anche a giocare una partita con lui, con quella naturalezza surreale che certe città sanno regalare senza chiedere permesso. Capitava poi di incrociare Slash e Duff dei Guns N’ Roses, o musicisti di band locali che lì erano nomi importanti anche se da noi non erano conosciuti… e una volta pure Lenny Kravitz lo trovammo seduto ad un tavolo a bere con amici.
Il Club Ugly, gestito dalla moglie di Vince Neil dei Mötley Crüe, aveva un’energia più sporca e diretta, mentre il Sin-a-Matic sulla Melrose Avenue era probabilmente il nostro preferito: un ecosistema a parte. Musica che spaziava dal gothic allo street rock, dall’industrial al grunge che allora stava esplodendo. Lì potevi incrociare alcuni componenti dei Ministry come se fosse la cosa più normale del mondo. La clientela era un universo parallelo: età, stili, identità mescolati senza gerarchie, con una componente fetish molto dichiarata e una libertà estetica che sembrava quasi irreale. Una delle immagini più forti resta un gruppo arrivato con un carro funebre decorato in stile famiglia Addams, tra teschi e fiamme sulla carrozzeria. Una dichiarazione estetica più che un mezzo di trasporto. Poi c’era il Glam Slam, il locale di Prince, più elegante (bellissimo!), quasi sospeso rispetto al resto…Diverso, sì, ma proprio per questo interessante: anche lì si capiva quanto quella scena fosse contaminata e viva. Prince, del resto, era un artista che non si poteva ignorare, anche quando non era il ‘tuo’ mondo. I live li vedevamo spesso al Troubadour, al Whisky a Go Go o Viper Room, luoghi che hanno praticamente scritto una parte della storia del rock. E poi concerti, notti infinite, e un Capodanno in un locale ad Anaheim con i Bang Tango.
Col tempo i dettagli si sfumano, ma resta nitida una sensazione: non era solo assistere a una scena musicale. Era attraversarla mentre stava ancora accadendo.

Collage di immagini che raccoglie i volti, gli ospiti e i protagonisti che hanno reso iconiche le serate e i concerti del locale
© Christian Taddio

F: Oggi esistono numerose serate organizzate in ricordo/tributo a club e discoteche storiche, avete già fatto qualcosa di simile o non vi interessa proprio?

CT: C’è sicuramente una forte voglia di revival e non ho nulla contro questo tipo di serate: hanno un loro pubblico e una loro funzione. Però né io né Diego siamo mai stati particolarmente attratti dall’idea di vivere di nostalgia. I ricordi sono preziosi, ma se ci resti troppo dentro rischi di trasformarti nella cover band di te stesso.
Dopo l’esperienza californiana, dalla metà degli anni ’90 abbiamo iniziato a lavorare e collaborare con diversi club in Italia, tra cui Movida, Gilda ed Exogroove, avvicinandoci sempre di più alla musica elettronica, alla direzione artistica e agli allestimenti. Nei primi anni 2000 ci siamo concentrati soprattutto in Friuli Venezia Giulia, collaborando con realtà come il Kursaal Club, Ca’ Margherita e locali di Trieste come il Salomè. Negli ultimi anni, dopo una pausa e un viaggio a New York dove abbiamo conosciuto Susan Bartsch, la regina delle notti newyorkesi, abbiamo ripreso anche il discorso legato a Halloween. Quell’anima un po’ dark in realtà non se n’è mai andata, si è solo evoluta. Oggi lo facciamo in una chiave più curata: eventi privati su invito, con tema e dress code, dj nazionali e internazionali, performer e location sempre diverse.
La vera sfida, oggi, è trovare luoghi che abbiano ancora un’anima. Spazi belli ce ne sono, ma quelli davvero evocativi sono sempre più rari. Il pubblico è cambiato, è più maturo e molto orientato alla musica elettronica, ma lo spirito resta lo stesso: ricerca, atmosfera, identità.
Cerchiamo di costruire serate che non siano solo intrattenimento, ma piccole parentesi fuori dal quotidiano, dove per qualche ora si sospendono pensieri e routine. In un mercato del divertimento
sempre più omologato e commerciale, proviamo a mantenere una voce diversa, anche restando in Friuli. Io e Diego portiamo semplicemente la nostra visione, e lo ripeto spesso anche a chi ci segue da anni o a chi arriva per passaparola: non facciamo serate per farvi tornare indietro nel tempo… al massimo per ricordarvi che siete ancora in grado di non annoiarvi nel presente.

© Christian Taddio

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Fotografia, rock, cinema. Intervista a Riccardo Modena

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Da Ozzy ad Alice Cooper, dai Kiss ai Metallica, passando per il Far East Film e la Mostra del Cinema di Venezia, nel corso della sua lunga carriera Riccardo Modena ha immortalato decine di stelle e celebrities dello spettacolo. La sua passione per il rock inizia fin da adolescente nella Udine tappa di concerti internazionali, sviluppandosi nella seconda metà degli anni ’80 in una serie di collaborazioni con i gruppi iconici della scena del Nordest, di cui ha firmato immagini e copertine diventate di culto.

F: Ciao e benvenuto su Freezine! Com’è iniziato il tuo percorso?

RM: Tutto incominciò un po’ per caso, quando un compagno di classe mi affidò fotocamera e biglietto per i Pooh in concerto al Palasport di Udine. Lui non poteva partecipare, io avevo fatto solo un breve corso da boy scout, quindi sfruttai i consigli del commerciante che mi aveva venduto la pellicola, ma alla fine il risultato fu così interessante, quasi come scoprire un mondo nuovo, che i miei decisero di regalarmi una fotocamera manuale. In quel periodo, inizio anni ’80, Udine era spesso inclusa in tour importanti come Ramones, Uriah Heep, Devo, Wishbone Ash, Iggy Pop e il prezzo dei biglietti era molto, molto più amichevole di adesso, qualcosa che la paghetta di uno studente poteva affrontare, e nessuno limitava la presenza di fotocamere…da lì iniziai a realizzare un piccolo archivio.

Fred Coury dei Cinderella e Kirk Hammett dei Metallica
© Riccardo Modena

F: Ci puoi raccontare invece della tua esperienza nella Udine degli anni ’80?

RM: Udine all’epoca era una città ‘campione’ per la presenza di numerosi cinema che fornivano i dati per i sondaggi di partecipazione nazionale e, come dicevo, spesso includeva tour internazionali -ricordo che negli anni ’70 l’Italia era evitata dagli artisti stranieri. Quindi si viveva un clima culturale decisamente attivo, e questo, in una città a misura d’uomo, contribuì alla nascita in parallelo di movimenti diversi ma spesso inclusivi tra loro. C’era il Centro Sociale Autogestito, nello spazio che ora è occupato dal Palazzo della Regione, dove confluivano le varie realtà meno allineate tra le quali non c’era conflitto, ma più spesso interazione. L’unico ‘scontro’ che ricordo è stato un incontro di calcio metal vs. punk, vinto dai punk e concluso con una serata in birreria (a carico dei perdenti). Il centro ospitava concerti eterogenei sia metal che punk ma anche dark e wave, insomma tutte le realtà alternative che lì potevano organizzare iniziative e trovare spazio di discussione. All’epoca era quasi obbligatorio far parte di un gruppo sociale ed essere etichettato, situazione che non ho mai amato particolarmente…per contrappasso siamo arrivati a generazioni successive decisamente individualiste. Ricordo i Ritmo Tribale ma anche un concerto degli Scream, con alla batteria un giovanissimo Dave Grohl, che poi sarebbe diventato membro dei Nirvana e fondatore dei Foo Fighters.

Scream e God al CSA di Udine nel 1988

‘La stagione dei concerti internazionali ad un certo punto si interruppe, e Udine divenne una sorta di ‘biosfera’ dove comunque qualche fuoco stava ancora bruciando. Resisteva un locale chiamato Rocktonda che, a fasi alterne, ha accompagnato gli alternativi fino agli anni ’90. Un altro punto di riferimento è stato il Cathouse a San Giovanni al Natisone, attivo nella seconda metà degli ’80, che ha ospitato fra gli altri Rob Zombie con la sua band dell’epoca. C’erano band come Aldebaran che fondevano prog con sonorità contemporanee, Halloween che hanno avuto riscontro nazionale, ma anche altre realtà in diversi campi musicali. Qualche anno fa, come fotografo del Far East Film Festival, mi è capitato di incontrare un regista, credo fosse indonesiano, appassionato di punk italiano che conosceva benissimo gli Upset Noise e gli Eu’s Arse. Rimane comunque una città medio-piccola che è riuscita comunque a produrre qualcosa di interessante’.

Upset Noise ‘Growing Pain’ (TVOR, 1989)
© Riccardo Modena

F: Con le tue foto alle band dell’epoca sei riuscito a raccontare tutto questo fermento, com’è successo?

RM: Ero iscritto all’Istituto d’Arte di Udine e gli Halloween, di cui ero amico, mi affidarono l’incarico di realizzare la backcover di ‘L.A.D.Y.’ Le foto sono state realizzate insieme all’amico Luca Gasparini nel suo garage con un risultato che ora mi sembra molto ingenuo. Credo che per i fondali avessimo usato la carta che serve a realizzare le montagne dei presepi, si vedono ancora le pieghe. Agli inizi seguii anche il successivo progetto di Fabio (Ronnie Angel, il cantante) che guidò i Wind in territorio rock e blues.

Halloween ‘L.A.D.Y.’ (Discotto, 1985)
© Riccardo Modena

‘Anche gli Upset Noise li incontrai grazie all’amicizia con il batterista Stefano Bonanni. La foto di ‘Growing Pain’ venne realizzata nella loro sala prove senza grande preparazione, e decisero di usarla come backcover. Per quanto riguarda Heaven’s Touch ho sempre seguito la band anche nei diversi cambi di formazione, spesso accompagnavo alle prove Luca e il batterista John Car, che prima era con Halloween, così mi offrii anche di realizzare le foto. Appena iniziato a fotografare non avevo una musica preferita, ascoltavo quello che mi incuriosiva, allora l’unica opzione era acquistare i dischi. Finché proprio Luca e John, che avevo conosciuto al concerto di Uriah Heep, pensarono bene di regalarmi ‘If You Want Blood You’ve Got It’ di AC/DC che mi spalancò un mondo. Avevo sedici anni, e il metal mi accompagnò anche nel periodo successivo, inoltre con Luca e John ci frequentiamo ancora’.

Il batterista John Car (Halloween, Heaven’s Touch)
© Riccardo Modena

‘Con i Timoria la storia è più curiosa. Entrai in contatto con la band senza avere mai sentito la loro musica e, solo per la loro simpatia, cercai di farli suonare nel locale che frequentavo, il Rototom di Gaio di Spilimbergo nel Pordenonese. L’anno dopo avrebbero pubblicato ‘Viaggio senza vento’ (1993) sul quale in pochi credevano, si è dimostrato invece il disco che ha dato nuova energia al rock italiano. Grazie a comuni amici siamo sempre rimasti in contatto e ho seguito molti dei loro concerti in zona. Quando pubblicarono il live ‘Generazione senza Vento’ avevo abbastanza materiale fotografico e mi proposero di utilizzarlo nel booklet interno. Proprio in questi giorni si è paventata la possibilità di raccogliere il loro materiale in un libro, ma finora è solo un progetto appena abbozzato. Menzione d’onore per il Rototom (adesso, con lo stesso direttivo, è diventato l’attuale festival reggae di Benicàssim), che ebbe il merito di ospitare nella nostra regione molte realtà interessanti, dai Ramones a Ice-T e Body Count, passando per Living Colour e Massive Attack‘.

Ramones in concerto al Rototom club nel 1993

F: Non solo la musica, ma anche il cinema ha un ruolo importante nella tua vita.  Sei fotografo al Far East Film di Udine, hai collaborato anche con Lorenzo Bianchini…Ci puoi parlare di queste tue esperienze?

RM: Le foto sui set di Lorenzo Bianchini sono state un altro caso. Un fotografo con cui lavoravo stava facendo il direttore della fotografia sul primo progetto di Lorenzo ‘Radice Quadrata di Tre’, quindi venni coinvolto come fotografo di scena nel successivo progetto cioè ‘Custodes Bestiae’. Ancora una piccola produzione girata in digitale dove tutti si adoperavano a fare tutto, anche il frate cattivo, o il villico che indica la direzione al protagonista, e quelli toccarono a me. Ho partecipato anche a ‘L’Angelo dei Muri’ (2018), una produzione importante che mi ha permesso di lavorare al fianco di Pierre Richard, una gloria del cinema francese, e con un direttore della fotografia come Peter Zeitlinger, da anni DOP di Werner Herzog e insegnante alla HFF di Monaco di Baviera. Un’esperienza splendida, impegnativa ma assolutamente appagante. Nell’ultimo film uscito, diretto da Bianchini, ‘La Memoria del Buio’, che trovate disponibile su You Tube, un giorno sul set mi è costato… un ruolo da cadavere.

Sul set di ‘L’Angelo dei muri’ (2018)

F: Su cosa ti concentri invece quando scatti durante i live?

RM: La fotografia ha avuto un upgrade importante con il passaggio dall’uso della pellicola al digitale. L’insidia è che adesso puoi scattare decine di foto senza sosta, mentre la pellicola arrivava a trentasei scatti, terminati i quali dovevi inserire un altro rullino. Inoltre ora puoi controllare il risultato pochi istanti dopo lo scatto. Ho notato che molti scattano a caso, e passano il tempo a controllare quello che hanno realizzato e poi scelgono. Per esperienza ho evitato questo approccio, e preferisco concentrarmi fermandomi per creare una bella inquadratura o attendere una bella espressione, come se gli scatti fossero limitati. I risultati sono decisamente più interessanti.

Heaven’s Touch
© Riccardo Modena

F: Quali sono state le tue fonti d’ispirazione?

RM: I primi a ispirare il mio lavoro, prima ancora di avvicinarmi alla fotografia, sono stati ‘Ciao 2001’, rivista musicale piena di colori e foto, il primo numero acquistato aveva in copertina i Kiss di cui non avevo ancora ascoltato nulla. Poi soprattutto le copertine della Hypgnosis di Storm Thorgerson che curava le cover di Pink Floyd, Scorpions, U.F.O. tra gli altri. Spettacolari e allo stesso tempo ironiche. Capolavori. Nell’ambito della fotografia musicale ho apprezzato e apprezzo il lavoro di Anne Leibovitz, di Mark Seliger e David LaChapelle e sono rimasto conquistato da Lee Jeffries, che è colui che ha seguito il tour di ’72 Seasons’ dei Metallica. Lavoro stupendo con i Metallica ma straordinario anche ciò che ha fatto oltre. In Italia mi è sempre piaciuto il lavoro del veneziano Alex Ruffini e spero di poter ospitare a Udine una sua retrospettiva. Il mio lavoro di fotografo mi dà grandi soddisfazioni, ora lavoro con agenzie nazionali, da vent’anni seguo il Far East Film Festival di Udine e gli altri eventi organizzati dal CEC, collaboro con promoter come Euritmica o Hub concerti e seguo altri eventi culturali come èStoria a Gorizia e la Mostra del cinema di Venezia. Gli eventi rappresentano non più del venti per cento del mio lavoro, il resto è molto più noioso ma è necessario per la sopravvivenza. Ho anche lavorato nella fotografia industriale e pubblicitaria o nel reportage sulla stampa locale, ma fotografare eventi live è sempre un grande piacere.

Steven Tyler a Trieste nel 2018
© Riccardo Modena

F: Cosa ti piace ascoltare nella vita di tutti i giorni?

RM: Per quanto riguarda le mie preferenze musicali, ammetto che nel periodo metallaro avevo un atteggiamento troppo snob nei confronti delle altre realtà musicali. Dagli anni ’90 in poi ho cercato di espandere le mie conoscenze musicali, anche perché c’era molto che non conoscevo, e ancora molto che non conosco. Amo ancora Judas Priest e Metallica, ma li alterno con molto rock anni ’70, da Led Zeppelin a Bowie ad Alice Cooper al prog, ma anche classica e qualcosa di italiano, ed ho sempre cercato di comprendere anche altri generi, che fossero elettronica, rap, pop, techno. Fra le ultime cose che ho ascoltato ci sono Nina Simone e Gustav Holst, un compositore classico che ha ispirato anche i Black Sabbath. Degli anni ’90 ho trovato e trovo entusiasmanti i Tool, i Nine Inch Nails e i System Of A Down, e in questo momento guardo con interesse ai Royal Blood o Sleep Token. Tra gli italiani Caparezza e Afterhours, recentemente ho trovato interessanti La Rappresentante di Lista, non fermatevi a ‘Ciao Ciao’. Anche se non riesco a coprire tutti i trecentosessanta gradi di visione musicale cerco di ampliare il più possibile il mio sguardo, comunque reggaeton e trap restano sempre fuori…mio limite evidentemente. Ma comunque i musicisti amati sono tantissimi e un elenco sarebbe noioso.

Rob Halford © Riccardo Modena

F: Hai fotografato i più grandi da Cooper a Jeff Beck passando per Malmsteem, c’è uno di questi concerti a cui sei legato di più per qualche motivo?

RM: Sono riuscito a fotografare le star che ammiravo, incontrando Ozzy, Lemmy, i Metallica..ma è stato straordinario incontrare Alice Cooper. L’amico Attilio Grilloni che all’epoca lavorava per Videomusic mi ha permesso di partecipare all’intervista esclusiva all’hotel Principe di Milano e mi sono trovato di fronte un gentleman di altri tempi. Disponibile, gentile e molto empatico…e senza pagare il VIP ticket a prezzi folli. Di Cooper ho seguito e seguo tutti gli eventi possibili, visto che, per fortuna, quasi ogni estate viene in Europa a causa del clima torrido di Phoenix. Aneddoti su altri ne avrei molti, ad esempio il cantante dei Faith No More che parla un perfetto italiano ma esagera la cadenza americana sul palco, o Ozzy in uno dei frequenti momenti alcoolici ma riempirei tutto lo spazio…e poi non tutto è divulgabile. E esistono anche delle immagini, che però rimangono ben segrete nel mio archivio…

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Trieste, underground: dov’è la formazione che ‘traina’ i live?

Perché i collettivi sorti negli ultimi anni a Trieste non investono ANCHE sulla formazione per avvicinare il pubblico giovanile ai loro eventi? Dove sono i corsi, gli stages, le masterclass, i workshop? E’ completamente inutile lamentarsi degli scarsa partecipazione ai concerti se non si creano le basi per coinvolgere pubblico -composto da ragazzi e -perché no?? anche dai loro genitori!

Trieste, musica live: è scontro diretto sui social

Domenica 29 marzo il gruppo Facebook Trieste Rock City è stato teatro di un acceso scontro, che è poi continuato attraverso ulteriori commenti e considerazioni nella giornata successiva di lunedì.

Al centro della discussione, lo spazio da dedicare alle cover band (nel caso specifico un teatro comunale, ndr) nel contesto di una scena triestina che, com’è noto, negli ultimi anni si fa in quattro per ‘resistere’ già fortemente penalizzata dalla mancanza di sedi adeguate, con il conseguente risultato dell’impoverimento dell’offerta live -soprattutto durante la stagione indoor.

Lo spunto su cui riflettere che può dare l’episodio sarebbe il delinearsi all’orizzonte di una sorta di ‘modello virtuoso’ costituito da alcune realtà organizzative in Friuli a Udine e Pordenone -con qualche ‘incursione’ nella vicina Slovenia-, e da cui Trieste risulta pesantemente tagliata fuori.

Rilanciamo quindi chiedendo ai musicisti ed agli appassionati e frequentatori della scena underground: siete d’accordo su quest’ultimo punto? Vi piacerebbe che Trieste si impegnasse per ‘agganciarsi’ ad altre realtà regionali, magari riservando i suoi teatri per collaborare con le loro iniziative?