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Fotografia, rock, cinema. Intervista a Riccardo Modena

Da Ozzy ad Alice Cooper, dai Kiss ai Metallica, passando per il Far East Film e la Mostra del Cinema di Venezia, nel corso della sua lunga carriera Riccardo Modena ha immortalato decine di stelle e celebrities dello spettacolo. La sua passione per il rock inizia fin da adolescente nella Udine tappa di concerti internazionali, sviluppandosi nella seconda metà degli anni ’80 in una serie di collaborazioni con i gruppi iconici della scena del Nordest, di cui ha firmato immagini e copertine diventate di culto.

F: Ciao e benvenuto su Freezine! Com’è iniziato il tuo percorso?

RM: Tutto incominciò un po’ per caso, quando un compagno di classe mi affidò fotocamera e biglietto per i Pooh in concerto al Palasport di Udine. Lui non poteva partecipare, io avevo fatto solo un breve corso da boy scout, quindi sfruttai i consigli del commerciante che mi aveva venduto la pellicola, ma alla fine il risultato fu così interessante, quasi come scoprire un mondo nuovo, che i miei decisero di regalarmi una fotocamera manuale. In quel periodo, inizio anni ’80, Udine era spesso inclusa in tour importanti come Ramones, Uriah Heep, Devo, Wishbone Ash, Iggy Pop e il prezzo dei biglietti era molto, molto più amichevole di adesso, qualcosa che la paghetta di uno studente poteva affrontare, e nessuno limitava la presenza di fotocamere…da lì iniziai a realizzare un piccolo archivio.

Fred Coury dei Cinderella e Kirk Hammett dei Metallica
© Riccardo Modena

F: Ci puoi raccontare invece della tua esperienza nella Udine degli anni ’80?

RM: Udine all’epoca era una città ‘campione’ per la presenza di numerosi cinema che fornivano i dati per i sondaggi di partecipazione nazionale e, come dicevo, spesso includeva tour internazionali -ricordo che negli anni ’70 l’Italia era evitata dagli artisti stranieri. Quindi si viveva un clima culturale decisamente attivo, e questo, in una città a misura d’uomo, contribuì alla nascita in parallelo di movimenti diversi ma spesso inclusivi tra loro. C’era il Centro Sociale Autogestito, nello spazio che ora è occupato dal Palazzo della Regione, dove confluivano le varie realtà meno allineate tra le quali non c’era conflitto, ma più spesso interazione. L’unico ‘scontro’ che ricordo è stato un incontro di calcio metal vs. punk, vinto dai punk e concluso con una serata in birreria (a carico dei perdenti). Il centro ospitava concerti eterogenei sia metal che punk ma anche dark e wave, insomma tutte le realtà alternative che lì potevano organizzare iniziative e trovare spazio di discussione. All’epoca era quasi obbligatorio far parte di un gruppo sociale ed essere etichettato, situazione che non ho mai amato particolarmente…per contrappasso siamo arrivati a generazioni successive decisamente individualiste. Ricordo i Ritmo Tribale ma anche un concerto degli Scream, con alla batteria un giovanissimo Dave Grohl, che poi sarebbe diventato membro dei Nirvana e fondatore dei Foo Fighters.

Scream e God al CSA di Udine nel 1988

‘La stagione dei concerti internazionali ad un certo punto si interruppe, e Udine divenne una sorta di ‘biosfera’ dove comunque qualche fuoco stava ancora bruciando. Resisteva un locale chiamato Rocktonda che, a fasi alterne, ha accompagnato gli alternativi fino agli anni ’90. Un altro punto di riferimento è stato il Cathouse a San Giovanni al Natisone, attivo nella seconda metà degli ’80, che ha ospitato fra gli altri Rob Zombie con la sua band dell’epoca. C’erano band come Aldebaran che fondevano prog con sonorità contemporanee, Halloween che hanno avuto riscontro nazionale, ma anche altre realtà in diversi campi musicali. Qualche anno fa, come fotografo del Far East Film Festival, mi è capitato di incontrare un regista, credo fosse indonesiano, appassionato di punk italiano che conosceva benissimo gli Upset Noise e gli Eu’s Arse. Rimane comunque una città medio-piccola che è riuscita comunque a produrre qualcosa di interessante’.

Upset Noise ‘Growing Pain’ (TVOR, 1989)
© Riccardo Modena

F: Con le tue foto alle band dell’epoca sei riuscito a raccontare tutto questo fermento, com’è successo?

RM: Ero iscritto all’Istituto d’Arte di Udine e gli Halloween, di cui ero amico, mi affidarono l’incarico di realizzare la backcover di ‘L.A.D.Y.’ Le foto sono state realizzate insieme all’amico Luca Gasparini nel suo garage con un risultato che ora mi sembra molto ingenuo. Credo che per i fondali avessimo usato la carta che serve a realizzare le montagne dei presepi, si vedono ancora le pieghe. Agli inizi seguii anche il successivo progetto di Fabio (Ronnie Angel, il cantante) che guidò i Wind in territorio rock e blues.

Halloween ‘L.A.D.Y.’ (Discotto, 1985)
© Riccardo Modena

‘Anche gli Upset Noise li incontrai grazie all’amicizia con il batterista Stefano Bonanni. La foto di ‘Growing Pain’ venne realizzata nella loro sala prove senza grande preparazione, e decisero di usarla come backcover. Per quanto riguarda Heaven’s Touch ho sempre seguito la band anche nei diversi cambi di formazione, spesso accompagnavo alle prove Luca e il batterista John Car, che prima era con Halloween, così mi offrii anche di realizzare le foto. Appena iniziato a fotografare non avevo una musica preferita, ascoltavo quello che mi incuriosiva, allora l’unica opzione era acquistare i dischi. Finché proprio Luca e John, che avevo conosciuto al concerto di Uriah Heep, pensarono bene di regalarmi ‘If You Want Blood You’ve Got It’ di AC/DC che mi spalancò un mondo. Avevo sedici anni, e il metal mi accompagnò anche nel periodo successivo, inoltre con Luca e John ci frequentiamo ancora’.

Il batterista John Car (Halloween, Heaven’s Touch)
© Riccardo Modena

‘Con i Timoria la storia è più curiosa. Entrai in contatto con la band senza avere mai sentito la loro musica e, solo per la loro simpatia, cercai di farli suonare nel locale che frequentavo, il Rototom di Gaio di Spilimbergo nel Pordenonese. L’anno dopo avrebbero pubblicato ‘Viaggio senza vento’ (1993) sul quale in pochi credevano, si è dimostrato invece il disco che ha dato nuova energia al rock italiano. Grazie a comuni amici siamo sempre rimasti in contatto e ho seguito molti dei loro concerti in zona. Quando pubblicarono il live ‘Generazione senza Vento’ avevo abbastanza materiale fotografico e mi proposero di utilizzarlo nel booklet interno. Proprio in questi giorni si è paventata la possibilità di raccogliere il loro materiale in un libro, ma finora è solo un progetto appena abbozzato. Menzione d’onore per il Rototom (adesso, con lo stesso direttivo, è diventato l’attuale festival reggae di Benicàssim), che ebbe il merito di ospitare nella nostra regione molte realtà interessanti, dai Ramones a Ice-T e Body Count, passando per Living Colour e Massive Attack‘.

Ramones in concerto al Rototom club nel 1993

F: Non solo la musica, ma anche il cinema ha un ruolo importante nella tua vita.  Sei fotografo al Far East Film di Udine, hai collaborato anche con Lorenzo Bianchini…Ci puoi parlare di queste tue esperienze?

RM: Le foto sui set di Lorenzo Bianchini sono state un altro caso. Un fotografo con cui lavoravo stava facendo il direttore della fotografia sul primo progetto di Lorenzo ‘Radice Quadrata di Tre’, quindi venni coinvolto come fotografo di scena nel successivo progetto cioè ‘Custodes Bestiae’. Ancora una piccola produzione girata in digitale dove tutti si adoperavano a fare tutto, anche il frate cattivo, o il villico che indica la direzione al protagonista, e quelli toccarono a me. Ho partecipato anche a ‘L’Angelo dei Muri’ (2018), una produzione importante che mi ha permesso di lavorare al fianco di Pierre Richard, una gloria del cinema francese, e con un direttore della fotografia come Peter Zeitlinger, da anni DOP di Werner Herzog e insegnante alla HFF di Monaco di Baviera. Un’esperienza splendida, impegnativa ma assolutamente appagante. Nell’ultimo film uscito, diretto da Bianchini, ‘La Memoria del Buio’, che trovate disponibile su You Tube, un giorno sul set mi è costato… un ruolo da cadavere.

Sul set di ‘L’Angelo dei muri’ (2018)

F: Su cosa ti concentri invece quando scatti durante i live?

RM: La fotografia ha avuto un upgrade importante con il passaggio dall’uso della pellicola al digitale. L’insidia è che adesso puoi scattare decine di foto senza sosta, mentre la pellicola arrivava a trentasei scatti, terminati i quali dovevi inserire un altro rullino. Inoltre ora puoi controllare il risultato pochi istanti dopo lo scatto. Ho notato che molti scattano a caso, e passano il tempo a controllare quello che hanno realizzato e poi scelgono. Per esperienza ho evitato questo approccio, e preferisco concentrarmi fermandomi per creare una bella inquadratura o attendere una bella espressione, come se gli scatti fossero limitati. I risultati sono decisamente più interessanti.

Heaven’s Touch
© Riccardo Modena

F: Quali sono state le tue fonti d’ispirazione?

RM: I primi a ispirare il mio lavoro, prima ancora di avvicinarmi alla fotografia, sono stati ‘Ciao 2001’, rivista musicale piena di colori e foto, il primo numero acquistato aveva in copertina i Kiss di cui non avevo ancora ascoltato nulla. Poi soprattutto le copertine della Hypgnosis di Storm Thorgerson che curava le cover di Pink Floyd, Scorpions, U.F.O. tra gli altri. Spettacolari e allo stesso tempo ironiche. Capolavori. Nell’ambito della fotografia musicale ho apprezzato e apprezzo il lavoro di Anne Leibovitz, di Mark Seliger e David LaChapelle e sono rimasto conquistato da Lee Jeffries, che è colui che ha seguito il tour di ’72 Seasons’ dei Metallica. Lavoro stupendo con i Metallica ma straordinario anche ciò che ha fatto oltre. In Italia mi è sempre piaciuto il lavoro del veneziano Alex Ruffini e spero di poter ospitare a Udine una sua retrospettiva. Il mio lavoro di fotografo mi dà grandi soddisfazioni, ora lavoro con agenzie nazionali, da vent’anni seguo il Far East Film Festival di Udine e gli altri eventi organizzati dal CEC, collaboro con promoter come Euritmica o Hub concerti e seguo altri eventi culturali come èStoria a Gorizia e la Mostra del cinema di Venezia. Gli eventi rappresentano non più del venti per cento del mio lavoro, il resto è molto più noioso ma è necessario per la sopravvivenza. Ho anche lavorato nella fotografia industriale e pubblicitaria o nel reportage sulla stampa locale, ma fotografare eventi live è sempre un grande piacere.

Steven Tyler a Trieste nel 2018
© Riccardo Modena

F: Cosa ti piace ascoltare nella vita di tutti i giorni?

RM: Per quanto riguarda le mie preferenze musicali, ammetto che nel periodo metallaro avevo un atteggiamento troppo snob nei confronti delle altre realtà musicali. Dagli anni ’90 in poi ho cercato di espandere le mie conoscenze musicali, anche perché c’era molto che non conoscevo, e ancora molto che non conosco. Amo ancora Judas Priest e Metallica, ma li alterno con molto rock anni ’70, da Led Zeppelin a Bowie ad Alice Cooper al prog, ma anche classica e qualcosa di italiano, ed ho sempre cercato di comprendere anche altri generi, che fossero elettronica, rap, pop, techno. Fra le ultime cose che ho ascoltato ci sono Nina Simone e Gustav Holst, un compositore classico che ha ispirato anche i Black Sabbath. Degli anni ’90 ho trovato e trovo entusiasmanti i Tool, i Nine Inch Nails e i System Of A Down, e in questo momento guardo con interesse ai Royal Blood o Sleep Token. Tra gli italiani Caparezza e Afterhours, recentemente ho trovato interessanti La Rappresentante di Lista, non fermatevi a ‘Ciao Ciao’. Anche se non riesco a coprire tutti i trecentosessanta gradi di visione musicale cerco di ampliare il più possibile il mio sguardo, comunque reggaeton e trap restano sempre fuori…mio limite evidentemente. Ma comunque i musicisti amati sono tantissimi e un elenco sarebbe noioso.

Rob Halford © Riccardo Modena

F: Hai fotografato i più grandi da Cooper a Jeff Beck passando per Malmsteem, c’è uno di questi concerti a cui sei legato di più per qualche motivo?

RM: Sono riuscito a fotografare le star che ammiravo, incontrando Ozzy, Lemmy, i Metallica..ma è stato straordinario incontrare Alice Cooper. L’amico Attilio Grilloni che all’epoca lavorava per Videomusic mi ha permesso di partecipare all’intervista esclusiva all’hotel Principe di Milano e mi sono trovato di fronte un gentleman di altri tempi. Disponibile, gentile e molto empatico…e senza pagare il VIP ticket a prezzi folli. Di Cooper ho seguito e seguo tutti gli eventi possibili, visto che, per fortuna, quasi ogni estate viene in Europa a causa del clima torrido di Phoenix. Aneddoti su altri ne avrei molti, ad esempio il cantante dei Faith No More che parla un perfetto italiano ma esagera la cadenza americana sul palco, o Ozzy in uno dei frequenti momenti alcoolici ma riempirei tutto lo spazio…e poi non tutto è divulgabile. E esistono anche delle immagini, che però rimangono ben segrete nel mio archivio…

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Trieste, underground: dov’è la formazione che ‘traina’ i live?

Perché i collettivi sorti negli ultimi anni a Trieste non investono ANCHE sulla formazione per avvicinare il pubblico giovanile ai loro eventi? Dove sono i corsi, gli stages, le masterclass, i workshop? E’ completamente inutile lamentarsi degli scarsa partecipazione ai concerti se non si creano le basi per coinvolgere pubblico -composto da ragazzi e -perché no?? anche dai loro genitori!

Trieste, musica live: è scontro diretto sui social

Domenica 29 marzo il gruppo Facebook Trieste Rock City è stato teatro di un acceso scontro, che è poi continuato attraverso ulteriori commenti e considerazioni nella giornata successiva di lunedì.

Al centro della discussione, lo spazio da dedicare alle cover band (nel caso specifico un teatro comunale, ndr) nel contesto di una scena triestina che, com’è noto, negli ultimi anni si fa in quattro per ‘resistere’ già fortemente penalizzata dalla mancanza di sedi adeguate, con il conseguente risultato dell’impoverimento dell’offerta live -soprattutto durante la stagione indoor.

Lo spunto su cui riflettere che può dare l’episodio sarebbe il delinearsi all’orizzonte di una sorta di ‘modello virtuoso’ costituito da alcune realtà organizzative in Friuli a Udine e Pordenone -con qualche ‘incursione’ nella vicina Slovenia-, e da cui Trieste risulta pesantemente tagliata fuori.

Rilanciamo quindi chiedendo ai musicisti ed agli appassionati e frequentatori della scena underground: siete d’accordo su quest’ultimo punto? Vi piacerebbe che Trieste si impegnasse per ‘agganciarsi’ ad altre realtà regionali, magari riservando i suoi teatri per collaborare con le loro iniziative?

Koper, l’antico Bastione si anima con il noise industrial dei Submeet

Mercoledì 25 marzo, sotto le arcate in pietra del Bastione di Koper, si è avvertito un forte boato sludge industrial. L’antica fortezza di Capodistria, che nel XVI secolo proteggeva la città dagli invasori, ha ospitato un concerto organizzato da NORadio, radio indipendente del litorale sloveno. Ospiti direttamente da Mantova sono stati i Submeet, cazzutissimo trio noise post punk attivo dal 2017- questo tour include anche la data di supporto alle leggende newyorchesi post hardcore Unsane a Lubiana.

Esordiscono nel 2017 con un Ep dalle tinte shoegaze, a cui segue tre anni più tardi ‘Terminal’, album che intreccia influenze noise, post-punk e ambient. L’altra sera a Koper sono arrivati freschi dell’ultimo lavoro ‘codename ®‘ che, ispirato alle novelle del Decameron di Boccaccio, sposta ulteriormente il loro sound verso orizzonti ancora più estremi, procurando alla band illustri paragoni con Swans e Circus Mort. Uscito nel 2025, l’album è frutto di una collaborazione internazionale tra l’etichetta croata No Profit Recordings e le italiane Controcanti ProduzioniSanta Valvola Non Mi Piace.

A riscaldare la serata di questa fredda primavera, ci ha pensato Pio3, songwriter e instancabile promotore culturale tra le colonne della scena underground targata Fvg -è stato uno dei fondatori del Pietrasonica festival. Da anni voce su Radio Onde Furlane di Mainzai, la trasmissione di culto con cui si è fatto conoscere come il ‘John Peel del Friuli’, porta in giro la sua musica caratterizzata da testi dissacranti e uno sguardo allucinato sul mondo contemporaneo.

Resi agibili da poco, gli spazi del Bastione funzionano da vera e propria temporary location con mostre ed eventi in attesa dell’apertura del Libertas, adiacente ex magazzino in fase di ristrutturazione. Con due sale -la più grande da 800 persone- e una parte museale, viene annunciato come un nuovo polo multiculturale in grado di rafforzare le collaborazioni tra la già vivace cittadina portuale e le vicine Italia e Croazia.

La Trieste rock anni ’80 e il suo ‘mito’: cult movie, romanzi, video, racconti

L’immagine di una Trieste grezza, ribelle e rock n’ roll, corrispondente alle origini del movimento negli anni ’80, è sicuramente quella che nel corso degli anni ha trovato maggior diffusione. Docufilm, romanzi e racconti hanno contribuito a diffondere e nutrire quest’immagine -e continuano a farlo tuttora- non solo per chi c’era, provando a raggiungere una platea anche più ampia.

Di tutto questo, il docufilm ‘Trieste se ci sei batti un colpo di rock!‘ (1990) caratterizzato da uno sguardo attento al tema del disagio sociale, è forse quello più conosciuto tanto che, nonostante gli anni di distanza, ancora oggi viene considerato come una sorta di ‘manifesto’ della scena rock triestina. Sostenuto dall’Assessorato alle Questioni Giovanili del Comune di Trieste, vede alle riprese un giovane Claudio Scaramuzza, poi diventato sceneggiatore e direttore della fotografia di numerosi documentari premiati nel circuito dei festival [1]. La direzione viene affidata a Giovanni Pianigiani, sceneggiatore e filmaker triestino di nascita formatosi nella Bologna underground degli anni ’80, che così ha ricordato in un’intervista: ‘Sono 58 minuti con nove gruppi, dal surf al thrash, alla new wave al punk, al punk elettronico. Alla prima il teatro [Miela di Trieste, ndr] era pieno e ci hanno portati in trionfo dicendo “no se come quei coioni de rai tre”! Ancora adesso il film è un mito in città!’ [2]

Al centro del docufilm c’è la città di Trieste, svelata nel suo lato inedito di ‘culla’ di un suono primigenio, rivoluzionario, partito dalle cantine della sua periferia già prima dell’arrivo del heavy metal. Si tratta dell’intervista-cameo a Gino D’Eliso che racconta la nascita del rock n’ roll a Trieste nel rione di Ponziana: dai Red Patrol & The Ponzian Boys negli anni ’60 ai primi gruppi come I Noi, Le Ombre, Le Belve, Calibro 45 fino a ‘East Ponziana’ (1979) dei Revolver, pionieri punk new wave prodotto dallo stesso D’Eliso per la Philips.

Delle interviste ai gruppi, particolare rilevanza assumono quelle dove emerge il legame tra la scena heavy metal e il disagio giovanile (mancanza di occupazione, carenza di spazi dove socializzare, scarsa visibilità), tema quest’ultimo su cui entrambi gli autori torneranno in altre opere; è un versante di un panorama estremamente sfaccettato e complesso, all’epoca già percorso da correnti interne frutto di tendenze musicali in contrasto tra loro. Nelle prossime puntate proveremo ad approfondire questi aspetti legati all’evoluzione della scena, in particolare allo sviluppo della second wave nella seconda metà degli anni ’80.

Dieci anni più tardi a Trieste quel sound così aggressivo sembra già scomparso, puf, svanito, come racconta una puntata del programma On Tv sull’emittente Telequattro. Non si tratta della sua fine definitiva, ma di una fase di passaggio, dell’inizio di quel viaggio ‘luminoso’ che molte rock band intraprendono verso nuove forme di esistenza, riuscendo a conquistare l’ambito posto nella Storia e nel ‘mito’. Negli anni successivi a disegnare una potente immagine della Trieste rock n’ roll sarà uno dei conduttori del programma, Ricky Russo, giornalista musicale, scrittore, deejay triestino poi trasferito a New York. ‘Chiarbola soprattutto negli anni ’80 era piena di personaggi incredibili, sembravano usciti dai fumetti di Andrea Pazienza o dal film di culto ‘I Guerrieri della Notte’. Ribelli senza causa. O meio, per dirla in triestin: nagane, ma de bon cuor. La colonna sonora era soprattutto l’hard rock e l’heavy metal del periodo: Iron Maiden, Metallica, Kiss, AC/DC, Black Sabbath, Slayer, Motörhead, Judas Priest, Bon Jovi, Europe, Whitesnake, Mötley Crüe, Guns n’ Roses, Helloween, Def Leppard…Chiarbola è sempre stato un luogo dell’anima’, così un racconto a quattro mani con Elisa Russo dedicato all’adolescenza trascorsa nel rione triestino [3]. ‘Dove avremmo voluto vivere per sempre felici in una dimensione mitica e allo stesso tempo, crescendo un po’, il posto da cui volevamo fuggire. Love&Hate. Come in un film, sognando un futuro di gloria. Sognando l’America. Tanti successi. O un amore travolgente. O chissà che. Forse neanche noi lo sapevamo, ma il presente ci stava stretto’. Questa descrizione attraverso una serie di punti chiave -le band di riferimento, l’influenza di un certo immaginario pop (cinema e fumetti), la voglia di fuggire, il fascino del american dream– aggiunge ulteriori spunti, introducendo quelle che sono alcune delle caratteristiche comuni alla generazione rock triestina cresciuta negli anni ’80.

Gli Upset Noise nel video di ‘No One Knows, No One Will’ (1989)

Lanciato in rete come ‘il primo vero romanzo ambientato nella scena rock di Nordest degli anni 80 e 90’, ‘Calcare’ del triestino Massimiliano Rotti ‘non è un romanzo musicale, la musica è sempre presente ma è solo un accompagnamento, un sottofondo come fosse una nemesi. Qualcosa che accomuna i personaggi tra di loro, e rappresenta l’unico riscatto possibile’, ha specificato l’autore [4]. Detto questo, resta il fatto che è stato un vero piccolo ‘caso’ letterario sia di pubblico che critica, con la seconda edizione esaurita a soli quattro mesi dall’uscita nell’ottobre 2023, contribuendo a diffondere l’immagine della Trieste rock anche al di fuori del suo circuito abituale.

In ambito invece prettamente musicale, a impegnarsi in tempi recenti per il rilancio della scena triestina è stato il compianto Gianluca Sinicco dell’etichetta friulana Aua Records. Oltre alle ristampe di gruppi come Steel Crown, Keen Eyed, Silence, Upset Noise, Blind Ambition e Warhead, anche attraverso l’organizzazione di festival. Nell’estate 2023 alla prima edizione del festival Italian Metal Heroes a Tarcento, viene organizzato un vero e proprio raduno della Phantom City che vede quattro musicisti storici dell’epoca riuniti per un mini show in tributo di Yako de Bonis frontman degli Steel Crown. All’edizione 2024 partecipa anche la band triestina emergente The Nyx , i cui live video fanno il botto di visualizzazioni su Youtube. Questo esempio apre al coinvolgimento delle giovani generazioni che, tramite le odierne piattaforme web, streaming etc possono contribuire a colmare il vuoto culturale che le ha precedute.

Per concludere, ricordiamo nuovamente il gruppo social Facebook Phantom City che, aperto nel 2019 su iniziativa del batterista Manuel Galati (Silence, Karnokkorok), è una delle fonti principali per questa ricerca. Prendendo il nome dal titolo dell’omonimo brano degli Steel Crown, riunisce fotografie, video e cimeli di testimoni ed appassionati sulle band, i dischi e i concerti che hanno fatto la golden age triestina. (continua nella prossima puntata)

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[1.] E. Russo ‘Il mondo dello spettacolo piange a Trieste Claudio Scaramuzza’, Il Piccolo, settembre 2023

[2] Jamovie.it, Intervista al regista Giovanni Pianigiani

[3] Elisa e Ricky Russo, ‘Chiarbola State of Mind’ Il Piccolo, dicembre 2021

[4] Cheintervista.it, Massimiliano Rotti, autore di ‘Calcare, Cronache da Nordest’, giugno 2025

Phantom City Part 3 – negozi di dischi, edicole, Keen Eyed

La Phantom City degli anni ’80 era una città in fermento, dove lo sguardo ‘di provincia’ diventa lo zoom che permette di guardare la musica e le tendenze provenienti da metropoli come Londra, Parigi e Monaco in maniera più nitida. Tra 1982 e il 1986 il metal stava accelerando un po’ in tutto il mondo con album come Iron Maiden ‘Powerslave’, W.A.S.P. ‘W.A.S.P’, Ratt ‘Out Of The Cellar’, Scorpions ‘Love At The First Sting’, Slayer ‘Hell Awaits’ e altri. ‘Comunque la roba più forte per me era tornare a Trieste d’estate e notare che i negozi di dischi tenevano in vetrina Van Halen e Blue Oyster Cult, mentre a Roma solo Duran Duran e Spandau, e a Salisburgo era ancora peggio: Nannini e Ramazzotti! A Trieste hard rock e heavy metal erano trasversali’, ricorda uno degli iscritti al gruppo.

Musical Box in Corso Saba, Ricordi in via San Lazzaro, i mitici grandi magazzini Standa di via Battisti con gli adesivi glitterati delle band e 45 giri in quantità non erano soltanto negozi di dischi, ma un vero e proprio crocevia per chi cercava novità musicali e appartenenza. E’ il caso del negozietto in via Milano gestito da madre e figlia che negli anni successivi si trasformerà nella leggendaria Discoteca 33, la ‘Mecca’ della musica alternativa a Trieste, di cui ancora oggi c’è chi conserva il sacchetto come sacra reliquia.

[source: ‘Phantom City – La storia Del Metal a Trieste 80’s 90’s’]

Qui poteva capitare anche per ben due volte di fila di prendere un disco di una band sconosciuta, e di restarne talmente folgorati da correre a prendere anche tutti gli altri. Oppure di trascorrere interi pomeriggi appostati nelle vicinanze in attesa del camion del distributore, pur di non perdersi le succulente novità in arrivo.

Da Blitz nel quartiere di Roiano si potevano trovare le riviste metal inglesi e francesi, oltre ad autentiche chicche, come il primo ep dei Metallica ‘Garage Days’ su vinile dorato in edizione limitata. Un altro posto di culto era il giornalaio all’interno della Galleria Tergesteo con riviste straniere piene di articoli su Kiss, AC/DC, Mötley Crüe, Status Quo etc, e poi naturalmente c’erano le mitiche edicole, come quella di via Mazzini che aveva tutti i vecchi numeri anni ’80 del magazine tedesco Metal Hammer e anche Kerrang!, Metal Edge, Hit Parader.

La pubblicità del negozio Blitz sulla rivista nazionale Rockerilla nel 1986 [source: ‘Phantom City – La storia Del Metal a Trieste 80’s 90’s’]

Dall’album dei ricordi spunta anche un negozietto in via Stuparich dove i metallari e i primi punk triestini si facevano stampare le prime T-shirt con le stampe dei loro idoli Kiss e Iron Maiden talvolta con risultati esilaranti: ‘Me son fato stampar una canottiera col logo dei Discharge, quel de ‘Never again’, solo che la me ga messo la colomba in orizontale!’ E che dire del negozietto in una laterale del Viale XX Settembre -affettuosamente ribattezzato dai clienti come ‘la boutique del metallaro’– che teneva la toppa di Black Sabbath ‘Live Evil’ e quella dei Venom con il serpente attorcigliato dentro un teschio?

Look e note in linea con le copertine colorate di quegli anni anche per i Keen Eyed, formati a Trieste nel 1985 e poi confluiti nel roster della Fireball Management, che all’epoca includeva anche Devil’s Claws e Halloween della scena locale [1] . Con l’ingresso nella band di Alex Zarotti (Upset Noise) alla voce e Ricky Zarba alla chitarra che si uniscono a Cristiano ‘Teo’ Curri alla chitarra, Giorgio ‘Yure’ Gruden al basso e Fabio ‘Biofa’ Paolino alla batteria, i Keen Eyed registrano i demo ‘Metal Rain’ (1988) e ‘The Whip’ (1989). Tra le loro esibizioni, il memorabile concerto al Valentinis di Monfalcone nel 1988, e in tour a Milano negli storici club anni ’80 Prego e il Sorpasso, come viene ricordato nell’intervista realizzata per la rivista ‘Italian Metal Heroes’ in occasione della loro ristampa. (continua nella prossima puntata)

La band triestina Keen [source: ‘Phantom City – La storia Del Metal a Trieste 80’s 90’s’]

[1] M. Giugovaz ‘Keen Eyed. Intervista a Fabio Paolino‘, Italian Metal Heroes’ n. 3, 2023

Phantom City, Part 2- la storia del metal a Trieste ’80s ’90s

Partita dalle periferie, la scena metal triestina inizia pian piano a far parlare di sé ed attirare l’attenzione anche al di fuori delle mura cittadine. ‘Pare che il nostro capoluogo nasconda nelle sue viuzze strette e dimenticate un vero e proprio tesoro musicale’, scrive una rivista dell’Isontino in un reportage dedicato alle band dell’epoca [1]. Mentre oltre confine infuria il vento della new wave e punk, nella caotica Trieste i metallari non si lasciano sedurre facilmente, ma anzi, ‘non curandosi minimamente delle mode e della gente, continuano sulla loro strada’ [1].

La tipica polsiera con le borchie in voga all’epoca [source: ‘Phantom City – La storia Del Metal a Trieste 80’s 90’s’]

1983: HEAVY METAL ERUPTION
Specchio dell’indole autoctona, fiera e indipendentista, il metal triestino diviene in breve tempo lo scudo per marcare il proprio territorio e affermare la propria originalità rispetto ad un contesto fin troppo vulnerabile agli sterminati influssi dell’epoca. ‘Provengono da Trieste, città che definiscono maledetta anche perché decentrata rispetto ai poli cardine della cultura italiana di stampo giovanile’, recensisce Beppe Riva su ‘Rockerilla’ a proposito di ‘Bad Flowers’ degli Steel Crown [2], ‘e nella convinzione di provenire dall’Est come le onde barbariche degli Unni e dei Visigoti, si sentono votati alla cruda espiazione di un delirio sonoro perpetuo ed accecante’.

Nel 1983 gli Steel Crown vengono inseriti con il brano ‘Prisoners In The Box’ all’interno della compilation ‘Heavy Metal Eruption’ a fianco di Crying Steel, Death SS, Strana Officina e altri nomi storici del metallo italiano. Considerato documento sulla creatività delle formazioni dell’epoca, sforzo produttivo frutto della collaborazione tra due storiche riviste ‘Metal Eye’ e ‘Rockerilla’, la compilation include anche ‘Vikings’ dei friulani Halloween ai loro esordi epic…ma di questo parleremo in un’altra puntata.

La compilation Heavy Metal Eruption’ (1983) include i triestini Steel Crown e gli Halloween da Udine

NORDEST HEROES
Nel dicembre ’84 i triestini Devil’s Claws sono sulla copertina di Fireball, tra le prime fanzine heavy metal italiane, pubblicata a Padova dal ’83 al ’85. [3] Nel marzo ’85 suonano al teatro Arcella di Padova insieme a Hocculta, Crying Steel e Axe Hero per un summit che richiama fans da tutta la penisola. ‘Provenienti da Trieste, i Devil’s Claws sono un quintetto aspro e potente’, così la presentazione sul quotidiano veneto, e si esprimono con ‘uno stile vicino a quello dei Deep Purple anni ’70, aggiornato ritmicamente alle più recenti esperienze dell’heavy metal internazionale’. Nello stesso periodo il nome della band rimbalzava anche in Friuli attraverso programmi radiofonici come ‘Heavy Metal Superstar’, radio show trasmesso dall’82 all’83 su Radio Stereo Superstar di Cervignano del Friuli -tra le prime radio private d’Italia- e condotto da Mirko ‘DeFox’ Galliazzo, frontman dei pionieri dal Vicentino Axe Hero.

Devil’s Claws al festival di Padova nel marzo ’85 [source: ‘Phantom City – La storia Del Metal a Trieste 80’s 90’s’]

PROTAGONISTI IN DISCOTECA All’epoca a Trieste non esisteva un club dedicato ai concerti rock metal, e l’organizzazione era affidata alla capacità d’iniziativa dei gruppi, ospiti a turno di locali, discoteche e teatri. Sul fronte dei live la pagina ‘Phantom City’ è una fonte inesauribile di testimonianze, tra cui Leghe Metalliche e Steel Crown nel gennaio ’83 al Dancing Paradiso di via Flavia, all’epoca ritrovo domenicale della maggior parte dei metallari triestini.

Leghe Metalliche al Dancing Paradiso (1983) [source: ‘Phantom City – La storia Del Metal a Trieste 80’s 90’s’]

Tra le prime rassegne, ‘Protagonisti in discoteca’, coordinata da Fulvio Marion, autentica icona della scena triestina anni ’80, promuoveva talenti provenienti anche da Gorizia e si svolgeva nella discoteca Bowling di Duino, raccogliendo le performances dei vincitori in un lp-cassetta. Nel 1991 la rassegna vedrà anche un’edizione dedicata all’heavy metal in un’altra ‘disco’ amatissima dai triestini, La Capannina di via Costalunga.

Blind Ambition alla mitica ‘Capa’ di via Costalunga [source: ‘Phantom City – La storia Del Metal a Trieste 80’s 90’s’

PRAY THE LORD MY SOUL TO KEEP
Ma ad accendere la community della ‘Phantom City’ sono soprattutto i ricordi legati ai concerti nella sala teatrale situata nell’ex Collegio dei Gesuiti a fianco del Santuario di Maria Maggiore, in pratica la venue dei primi gruppi metal. Nel febbraio ’84 la sala ospita Devil’s Claws, nell’agosto ’85 Steel Crown, fino al concerto con Roulette, Silence, Wind e Keen Eyed nel 1988. Un vero successo per il piccolo, forse primo ‘metal festival’ organizzato a Trieste, dice uno degli organizzatori, che ricorda anche ‘qualche concertino in piazzale a San Giacomo, oppure in Cavana, regno dei vecchi punk perché lì una volta c’era la radio degli anarchici e così erano riusciti a far suonare anche gli Upset Noise’. Del live a Santa Maria Maggiore restano anche i documenti video effettuati da Radiofragola, la storica emittente nata nei primi Ottanta dopo l’entrata in vigore della Legge Basaglia.

Ma com’era la partecipazione a livello locale? ‘I Madsword sono saliti acclamati a gran voce dal pubblico’ valutabile intorno alle 500-600 unità, scrive una recensione sulla prog metal band triestina in concerto al Castello di San Giusto [4]. La sua galleria fotografica, così come quella di altre band, è un vero e proprio viaggio attraverso la Trieste dell’epoca, dal debutto live negli orti di Coloncovec nel 1987, ai concerti con gli Steel Crown alla Stazione Marittima e nello storico stabilimento balneare Ausonia nell’estate dello stesso anno.

Madsword e Steel Crown in concerto nello storico stabilimento balneare triestino Ausonia nel luglio 1987 [source: ‘Phantom City – La storia Del Metal a Trieste 80’s 90’s’]

MUGGIA ROCK CITY 
Nel novembre ’89 l’amena località costiera ospita nella sua Sala Verdi un concerto con una line up che raduna band sia dall’ovest che dal Friuli. Sul palco i thrashers Braindamage da Torino, gli alfieri hard rock triestini Keen Eyed, Anopheles da Cervignano e ancora da Trieste i Them. Sono i prodromi di quella vera e propria heavy invasion che all’inizio dei Novanta vedrà Muggia salire agli onori della cronaca prima con l’omonimo festival e poi con nomi come Mordred, Nirvana, Galliano…e anche su questo torneremo più avanti. (continua nella prossima puntata)

Memorabilia di concerto a Muggia nel novembre 1989

Qui la prima puntata: Whiskey, dischi e rock n’ roll: la Trieste che ha fatto scuola

  1. ‘Rock e dintorni’, ‘Il Territorio’ (CCM)
  2. Beppe Riva, ‘Rockerilla’ n. 29, dicembre 1982
  3. ‘Fireball. L’avanguardia dell’heavy metal negli anni ’70 e ’80 a Padova e nel Veneto’ di R. Pasqualin (Crac Edizioni, 2022).
  4. Madsword + Babylon, Metal Shock n. 53, settembre 1989
  5. ‘Invasione heavy’, Il Piccolo, ottobre 1991

Whiskey, dischi e rock n’roll: la Trieste che ha fatto scuola

Trieste è stata un terreno fertile per il metal fin dai primi anni ’80, con musicisti locali che hanno plasmato il genere a livello europeo. A questo tema è dedicato un gruppo Facebook dal nome emblematico, ovvero ‘Phantom City – La storia Del Metal a Trieste 80’s 90’s’, dove testimoni ed appassionati condividono foto, video e cimeli da collezione sulle band, i dischi e i concerti che hanno fatto la golden age triestina.

Gli Steel Crown in concerto al Teatro Cristallo di Trieste nel dicembre 1985 [source: Phantom City – La storia Del Metal a Trieste 80’s 90’s]

‘Da qualche tempo sui muri e le superfici lisce della città, simili a epigrafi lapidarie, troneggiano parole a cui pochi sanno dare un significato: “Steel Crown”, “Steel Crown Heavy Rock”, “Heavy Metal Steel Crown”, e via di questo passo. Per i non addetti ai lavori si tratta del gruppo rock più conosciuto in città. La perla della violenza suburbana che canta le gesta di nottambuli crudeli e assetati di sesso, droga e alcool, poiché una maledizione, lanciata duecento anni fa da un castello della Transilvania, induce i componenti del complesso a un delirio eterno e feroce’, così racconta un articolo de ‘Il Meridiano’, storico settimanale della Trieste anni ’80.

Photo shooting dei Devil’ s Claws nel 1985 vicino ai Cimiteri di Sant’Anna a Trieste [source: Phantom City – La storia Del Metal a Trieste 80’s 90’s]

Come di solito avviene per la nascita delle subculture, il luogo da cui tutto è partito sono le periferie. Secondo i giornalisti dell’epoca, come riportato qui, quello dei metallari triestini si sviluppa come un fenomeno tipicamente ‘rionale’, con le bande più numerose che si riuniscono ad Altura e a Borgo San Sergio. E se le sale prova e i cimiteri sono ‘the place to be‘ dove i gruppi vanno a farsi immortalare per le copertine dei loro album, il complesso brutalista di Melara è la location del video ‘No One Knows No One Will’ degli Upset Noise: un nome, scrive il quotidiano ‘Il Piccolo’, destinato ‘a lasciare il segno nella storia della musica triestina’ e la cui ascesa nel panorama del Nord Est spinse molti giovani ad intraprendere il loro sogno musicale e formare delle vere e proprie band’.

Il gigantesco complesso brutalista di Melara a Trieste, costruito secondo le teorie di Le Corbusier, è la location del video degli Upset Noise ‘No One Knows, No One Will’ (1989)

Anche le riviste nazionali mettono in risalto la spinta ‘dal basso’ come tratto distintivo del movimento: ‘[…] Gli Steel Crown sono ben presto divenuti un importante polo d’attrazione di una Trieste altrimenti soffocante e fatiscente’, si legge in un’intervista fatta alla band in occasione dell’uscita di ‘Sunset Warriors’ (1986) e pubblicata su HM, la prima rivista musicale italiana interamente dedicata all’heavy metal. ‘Il desiderio di un agognato riscatto sociale, la polemica nei confronti di chi, nella loro città, regge le sorti della cosiddetta ‘musica colta’, ma anche atteggiamenti di sfiducia nei confronti delle relazioni sociali’.

La scena rock metal Fvg di supporto ai Motörhead in concerto a Gorizia nel 1987 [source: Phantom City – La storia Del Metal a Trieste 80’s 90’s]

Ma quali sono state le principali influenze sulla scena dell’epoca? Alla domanda sulla band che ha ispirato di più i gruppi metal hard triestini non esiste una risposta univoca. ‘E un discorso complesso e sfaccettato, perché se si parla di band al plurale allora bisogna spaziare su più generi’, è uno dei commenti degli iscritti al gruppo. ‘Devil’s Claws hanno seguito un certo stile, Steel Crown un altro, Upset Noise un altro ancora e via così. Non può esserci un’unica band ad ispirare più gruppi, si parla di decine di teste ognuna delle quali con i suoi gusti ben precisi’.

Gli Upset Noise in tour nell’inverno 1986 [source: Phantom City – La storia Del Metal a Trieste 80’s 90’s]

Se vogliamo cercare il fil rouge all’interno di quell’ingarbugliata matassa che è la scena triestina dell’epoca, questo è la sua vocazione fortemente internazionale‘Un miscuglio di hard rock, heavy metal delle nuove generazioni e quel pizzico di punk che non guasta mai, neanche nella vita’, ancora ‘Il Meridiano’. ‘Shakerare il tutto, aggiungere una voce arrabbiatissima, ed abbiamo ottenuto un poderoso hard core rock, e non si tratta di uno scherzo, bensì della definizione ormai ufficiale di un tipo di musica, quella degli Steel Crown, nata assai recentemente sui giornali musicali specializzati londinesi. L’esterofilia leggermente estremizzata degli Steel è anch’essa il frutto dei fans più accaniti’.

‘Per un periodo abbiamo cantato in italiano’, prosegue l’articolo, ‘ma abbiamo rinunciato perché i ragazzi che ci venivano ad ascoltare si lamentavano, ehi, perché non cantate in inglese, dai, non fate gli scemi etc. Anche noi tutto sommato preferiamo la lingua della regina Elisabetta, è più immediata, ha una metrica migliore, si inserisce meglio nella nostra musica’. 

Se questo carattere internazionale è presente fin dall’inizio nei monicker dei gruppi, nelle grafiche, nei look colorati dei musicisti, ad un certo punto anche il sound diventa internazionale, consacrando così definitivamente Trieste come culla ‘pioniera’ del metal più estremo. ‘Nella seconda metà degli anni 80 anche nella Phantom City italiana, Trieste, c’è un giro di boa’, ha scritto il compianto Gianluca Sinico dell’etichetta Aua Records‘I gruppi storici della first way of heavy metal non ci sono più, chi a causa di un tragico incidente ha dovuto mollare tutto o chi dal suono tipicamente heavy power è passato al più leggero glam hair metal…Ma non ci sono solo rossetti e lustrini, i Silence sono sempre più tirati e guardano alla bay area e al thrash degli Stati Uniti, altri invece si avvicinano al thrash europeo, svizzero e tedesco che sta sconvolgendo il movimento metal europeo‘. In tempi recenti l’etichetta ha dedicato ad alcune band della scena triestina le ristampe della collana specializzata ‘Italian Metal Heroes 1980-1990’. (continua nella prossima puntata)

Naxatras @Gala Hala, Ljubljana, 22.10.2025

Toccata e fuga la scorsa settimana a Lubiana dove, dopo la pioggia e le nebbie tipiche delle valli lungo il tragitto, troviamo ad accoglierci una tiepida atmosfera d’autunno e un piacevole clima di festa.

Dopo due anni dall’ultima esibizione nella capitale slovena, lo scorso 22 ottobre i Naxatras sono tornati al Gala Hala davanti a una folla entusiasta che ha riempito il club. Al nostro arrivo si è già creata una discreta coda all’ingresso e anche al bar, questo nonostante sia una data infrasettimanale e, cosa ancor più insolita, nonostante non ci sia nessun gruppo ad aprire la serata.

Probabilmente i Naxatras sono una di quelle -poche- band che, anche se straniera sulla carta, suscita ‘appartenenza’ come se fosse composta da local heroes. Sensazione condivisa anche con il resto del tour che, oltre a Lubiana, ha toccato anche Vienna, Sofia, Bucharest, Zagabria, Belgrado ed altre città dell’Est…strapieno ovunque!

Una volta saliti a bordo della ‘navicella spaziale’ del Gala Hala-dai cui divanetti si gode una vista eccellente-, la partenza è puntuale sulle note di ‘Spacekeeper’, a cui seguono ‘Journey to Nahromon’ e ‘Celestial Gaze’. E se il concerto comprende comunque gli album precedenti, per la maggior parte si concentra su ‘V’ (2025), l’ultimo lavoro con cui i Naxatras hanno ulteriormente aggiustato la ricetta del loro sound, amalgamando gli ingredienti classici del progressive rock con le ‘spezie’ provenienti dai mondi dell’elettronica e dell’anatolica.

La band, fondata da John Delias (chitarra e voce), Kostas Harizanis (batteria) e John Vagenas (basso e voce) a Salonicco 14 anni, fin da subito è apparsa a suo agio, un po’ come se si trattasse di un ritrovo tra vecchi amici. Insieme a loro sul palco anche Spiros Kouroubetsis alle percussioni e Pantelis Kargas alle tastiere, celati da una spessa coltre di fumo.

Il risultato è un vero e proprio trip sonoro che scorre senza intoppi, capace di trasportare sia attraverso lo spazio da un luogo all’altro, sia attraverso il tempo in epoche differenti, dalla folla di un free party durante gli anni ’70 al silenzio delle montagne dell’Anatolia. In questo modo anche la percezione della durata dello show è molto soggettiva, e sembra che lo spettacolo di un’ora e mezza sia trascorso in pochi minuti.

A giudicare dal movimento sotto palco, e dai ripetuti ‘we want more’ prima ancora dell’uscita di scena, sembra proprio che il nuovo lavoro sia stato apprezzato. Sono da poco passate le ventitré quando i Naxatras salutano Lubiana. Tuttavia i fans vogliono di più, così dopo pochi minuti tornano sul palco con ‘I Am The Beyonder’, quasi una sorta di ‘manifesto’ della band ‘I’ve got the right to see the black and purple stars out of the sky tonight/ And I’ve got second sight to learn to know what’s hiding deep inside, to die’…Difficile accedere al merch, dove tutti si sono riversati contemporaneamente per acquistare qualche souvenir della notte psichedelica.

P.S.: solo una piccola delusione, dovuta alla mancanza dei visuals sullo sfondo che di solito accompagnano i concerti della band con un tripudio di colori per garantire l’effetto ‘cinema’…speriamo ci siano la prossima volta, magari nel giardino esterno!

Coven, Saturday Night Satan @Močvara, Zagabria, 26.4.2025

Super trasferta lo scorso 26 aprile per i Coven a Zagabria, la data finale del Magickal Chaos Tour 2025 che ha portato i pionieri dell’occult rock per la prima volta live nei Balcani. Partito dalla Grecia, dove hanno suonato sia ad Atene che a Salonicco, il tour è proseguito a Sofia, a Belgrado per concludersi a Zagabria, con queste ultime due date organizzate dalla Hangtime, vulcanica agenzia operativa in entrambe le città.

Dopo una passeggiata nella sempre pittoresca Stari Grad, arriviamo al Močvara appena in tempo per evitare la pioggia che ha caratterizzato una giornata dal clima decisamente autunnale. Ad accoglierci un’atmosfera da notte delle streghe, complice la presenza di belle ragazze agghindate in chiave dark e gothic, ma c’è anche qualche maschietto che sfodera la toppa dei Black Sabbath.

Nonostante il rischio di misurarsi con un personaggio come Jinx Dawson, la cantante dei supporter greci Saturday Night Satan ha l’aria di una che ormai è abituata al confronto con le celebrità. Dopo aver aperto in patria per star del doom come Green Lung e Lucifer, è arrivata l’opportunità di unirsi anche ai Coven per tutte le cinque date nei Balcani.

Incentrata su brani come ‘Witches dance’ e ‘5 AM’ dall’album di debutto ‘All Things Black’ (2024), la performance dei Saturday Night risulta particolarmente apprezzata dal pubblico, che nel frattempo ha ormai gremito la sala, e bisogna riconoscere alla band di aver assolto pienamente la sua funzione di intrattenimento.

L’attesa per i Coven è ormai alle stelle mentre il Močvara si fa sempre più affollato e con red carpet delle grandi occasioni, tra cui i local heroes Vipera, le Mist da Lubiana e dal Friuli addirittura gli scatenatissimi organizzatori dell’Eresia Metalfest.

Ed ecco finalmente la bara che annuncia l’ingresso in scena di Esther Dawson detta Jinx da Indianapolis, unico membro originale e fondatore della band, il volto coperto da una maschera tempestata di strass alla ‘Eyes Wide Shut’, i lunghi capelli biondi sciolti sulle spalle intonare ‘Out Of Luck’ dall’ultimo album in studio.

Giù la maschera sulle note di ‘Black Sabbath’ da quel ‘Witchcraft Destroys Minds & Reaps Souls’ (1969) che gli valse l’etichetta di gruppo ‘maledetto’. Così come da lì vengono ‘Coven In Charing Cross’ e ‘White Witch In Rose Hall’ ispirata alla leggenda di Annie Palmer, la white witch del titolo, che fu accusata di praticare le arti voodoo a Montego Bay in Giamaica e venne uccisa durante una rivolta degli schiavi dell’isola negli anni trenta del XIX secolo.

La festa arriva puntuale sui primi accordi della hit ‘Wicked Woman’ che fa cantare praticamente tutti, ipnotizzati dallo sguardo della frontwoman, sorprendentemente molto più ironica ed alla mano sul palco di quanto appare sui social. Spicca in prima fila la presenza di numerosi fans under 40, così come di parecchio più giovani sono i musicisti che l’accompagnano ovvero Chris Vaughn (chitarra), Zayne Hutchison (basso), Alex Kercheval (tastiera e synth) e Colin Oakley alla batteria.

Momento di alto teatro durante ‘The Crematory’, quando la nostra Lady Macbeth avvicina il teschio alla bocca per leccarlo sembra sul punto di sussurrare ‘Venite al mio seno di donna, prendetevi il mio latte in cambio del vostro fiele’..E nella sua vita si è cimentata davvero con un po’ di tutto, dagli studi di canto lirico al conservatorio, fino al cinema, partecipando a film di exploitation anni 70 come ‘Billie Jack’.

Gran finale sulle note di ‘Epitaph’ e ‘Blood On The Snow’ mentre il Black Ritual si avvia verso la sua trionfante conclusione con la ‘danza delle corna’, vero e proprio marchio di fabbrica dei Coven. Se n’è andata così, lasciandoci un po’ a bocca asciutta senza una foto…d’altronde non si può avere tutto, intanto siamo riusciti a vederli dal vivo, perché questa è Zagabria…la città dei sogni!