Nati nel 2025 in Nord Italia ma con radici russe e ucraine, i Laspherus sono un duo atmospheric black metal composto da Alexander Nox (chitarra) e Artiom Re (voce e basso). La loro proposta musicale unisce la freddezza del metal estremo a liriche dal profondo taglio introspettivo e filosofico.
Il loro omonimo debutto discografico ‘Laspherus’ è stato stampato in formato CD grazie alla collaborazione internazionale tra le etichette Black Plague Records e PaganFury Records. Con questa release, i Laspherus tracciano un ponte ideale tra la freddezza spirituale dell’Est Europa e la solida tradizione metal occidentale.
Nell’epoca in cui i concerti rock trovavano spazio sulle piste da ballo -Paradiso di Trieste, Valentinis di Monfalcone-, un gruppo di amici nella periferia dell’estremo nordest decide di prendere il coraggio a due mani, e dare vita a un locale capace di richiamare l’atmosfera glamour delle grandi metropoli. Nasce così sulla statale tra Udine e Gorizia il Cathouse che, ribattezzato come l’omonimo, leggendario club di Los Angeles, alternava serate djset a concerti che spaziavano dal metal al punkhardcore. White Zombie, Christian Death, Death SS, Jingo De Lunch, Negazione, Extrema sono alcuni dei nomi passati dul suo palco oltre a tanti gruppi tra Udine, Trieste e Pordenone, tra cui Upset Noise, Wind, Silence, Foxy Lady…Abbiamo chiesto a Christian Taddio, che del Cathouse è stato l’anima e co-fondatore, di raccontarci la storia di questa breve ma intensa avventura.
F: Ciao e benvenuto su Freezine! Ci racconti com’è partita l’idea del club?
CT: Era il 1987 e frequentavo ancora l’Istituto Statale d’Arte di Udine. Per chi c’era, sa bene che non era una scuola qualsiasi: era probabilmente il posto più vivo, creativo e alternativo della città. Arrivavano studenti anche da Pordenone e lì dentro convivevano tutte le tribù urbane dell’epoca: dark, new wave, punk, rockabilly, mods, metallari, hippie… e sì, persino i paninari. Un piccolo zoo umano meraviglioso. Io ero ancora un ragazzino e con la mia compagnia frequentavo il Centro Sociale Autogestito di via Volturno, i concerti e i pochi locali di Udine dove gravitava la scena alternativa rock del periodo. Col tempo abbiamo conosciuto un gruppo di ragazzi un po’ più grandi di noi, gente che girava spesso l’Italia e l’estero. Tra loro c’era Diego, con cui poi sarebbe iniziata tutta l’avventura. Da lì si è aperto un mondo: concerti, club fuori regione, weekend infiniti tra Bologna, Milano, Padova e soprattutto Londra, che in quegli anni era una specie di Mecca per chi viveva certe sonorità e certi immaginari. A Bologna avevamo amici con cui poi ci si ritrovava persino a Londra a Camden Town o nei club di Soho. Era un periodo davvero fertile: molto spontaneo, molto autentico, molto meno costruito di oggi. Ad un certo punto Diego si trovò davanti a un bivio: trasferirsi definitivamente a Londra, che frequentava già da anni, oppure tentare una scommessa folle qui da noi. Vinse la follia. Mi propose di fare il deejay e di condividere con lui la direzione artistica di un club. Io ero totalmente immerso nella musica e nella scena, quindi ci buttammo senza pensarci troppo. O forse pensando pochissimo, che a diciotto anni è pure meglio.
Il nome Cathouse lo scegliemmo insieme. Lo prendemmo ispirandoci a un noto club di Los Angeles: ci piaceva il suono, aveva carattere, evocava qualcosa di sporco, glam e notturno al punto giusto. Il locale aprì a San Giovanni al Natisone, in una posizione strategica sulla statale facilmente raggiungibile da Udine, Gorizia, Monfalcone e Trieste. Col tempo iniziò ad arrivare anche gente da Pordenone, sia grazie alle amicizie che avevamo lì, sia perché facevamo pubbliche relazioni in modo molto artigianale: chilometri in macchina, flyer distribuiti a mano, serate passate a promuovere concerti nei locali della regione. Altro che social network. All’epoca l’algoritmo eri tu, con le scarpe consumate. Io curavo l’immagine del club: logo, flyer, locandine e gli allestimenti del locale, soprattutto per eventi speciali come Halloween. Oggi sembra normale, ma alla fine degli anni ’80 le feste a tema horror con dress code non erano ancora una moda inflazionata. Credo davvero che siamo stati tra i primi in zona a portare quel tipo di atmosfera scenografica e immersiva. L’esperienza del Cathouse è durata dal 1988 al 1991. Poi, dopo un paio di viaggi negli Stati Uniti, decidemmo di fare il salto e trasferirci per un periodo a Hollywood. E lì iniziò un altro capitolo ancora più folle.
F: A livello generale, già frequentavate dei locali che possono in qualche modo aver ispirato?
CT: Assolutamente sì. Frequentando città come Bologna, Milano e soprattutto Londra, avevamo già in testa un’idea molto precisa di cosa volessimo creare. Locali come Camden Palace, Kit Kat, Gossip, Astoria o in Italia il Tenax, Cellophane, Aleph, Mascotte per citarne qualcuno… e ci avevano fatto capire quanto un club potesse essere non solo un posto dove bere e ascoltare musica, ma un vero punto di ritrovo identitario. Successivamente anche Los Angeles ci influenzò tantissimo: Whisky a Go Go, Rainbow, Viper Room, Sin-a-Matic, Troubadour, Club Ugly e lo stesso Cathouse… erano luoghi dove musica, immagine e atteggiamento si mescolavano continuamente. Noi volevamo portare anche in Friuli quell’energia lì. Un posto dove contassero la musica, il look, l’attitudine e soprattutto il rispetto reciproco. Al Cathouse non ricordo particolari episodi di violenza o risse. La gente veniva per stare bene, conoscere persone simili, sentirsi parte di qualcosa. E poi ci dicevamo: perché certe cose devono succedere solo nelle grandi metropoli? Anche una provincia può avere il suo piccolo angolo fuori dal mondo.
F: Nello specifico del Friuli invece com’era la situazione dei club in quel periodo, e quali idee avevate per attirare pubblico?
CT: Nei primi anni ’80 ricordo locali come il Rocktonda a Udine o il Dejavù di Portogruaro, che Diego e gli altri frequentavano già, mentre io ero ancora troppo giovane per frequentare e senza patente, quindi abbastanza limitato negli spostamenti. Verso la seconda metà degli anni ’80 iniziammo invece a frequentare posti come il Fashion di Trieste, gestito da Clara con Marco Bellini in consolle, oppure alcuni locali alternativi nel pordenonese, come uno storico club a Bannia. Con il Cathouse volevamo attirare persone che si riconoscessero davvero nella proposta musicale e visiva che offrivamo. Per noi il look era parte integrante della cultura musicale: non semplice estetica, ma linguaggio. Andavamo spesso a cercare vestiti a Milano in via Torino, a Bologna in montagnola e ovviamente durante i nostri viaggi londinesi tra King’s Road, High Street Kensington e Camden Town. Cercavamo i negozi giusti, quelli che vestivano artisti e outsider. Uno su tutti: Red Balls on Fire, storico riferimento della scena rock internazionale, frequentato da gente come Lenny Kravitz, Guns N’ Roses e The Cult, che poi si trasferì a Los Angeles sulla Melrose Avenue. Insomma, volevamo creare un ambiente che avesse personalità vera, non una copia sbiadita di qualcosa visto in tivù.
F: Cosa ci puoi raccontare delle serate djset?
CT: Al Cathouse ero il dj resident e il repertorio partiva dal dark wave: Sisters of Mercy, Bauhaus, Siouxsie and the Banshees, Fields of the Nephilim, Joy Division, The Cramps, Ramones, Sex Pistols, Nitzer Ebb… per poi evolversi verso quello che stava emergendo in quel periodo: Jane’s Addiction, Faith No More, Nirvana e molto altro. Una band fondamentale per noi furono sicuramente i Cult. Tutto il nostro gruppo ne era quasi ossessionato. Con il passaggio dall’album ‘Love’ a ‘Electric’, prodotto da Rick Rubin, cambiarono pelle: dalle atmosfere gothic post-punk passarono a un hard rock molto più diretto e americano. All’inizio quel cambio ci spiazzò parecchio, ma fu anche il ponte che ci portò verso sonorità più street rock e verso gruppi come Guns N’ Roses, L.A. Guns, Faster Pussycat, Mötley Crüe.
Ed è anche uno dei motivi per cui, finita l’esperienza del Cathouse, ci trasferimmo a Los Angeles. In un certo senso quel disco ci aveva già prenotato il volo. Ovviamente c’erano anche radici più classiche: Led Zeppelin, David Bowie, T-Rex, Sweet… tutto il glam rock anni ’70 che continuava a scorrere sotto pelle. Il pubblico era molto eterogeneo ma fidelizzato: amici, habitué della scena friulana e persone che arrivavano anche da fuori regione o dall’estero. Talvolta venivano ragazzi da Lubiana, Nova Gorica, Bologna, Roma o Milano per eventi particolari. Erano spesso persone conosciute ai concerti o nei nostri continui viaggi musicali tra nord Italia ed Europa.
F: Quali concerti ha ospitato il Cathouse? Qualche aneddoto particolare?
CT: Abbiamo organizzato concerti di band come White Zombie, Christian Death, Death SS, Jingo De Lunch, Negazione, Extrema, oltre a tanti gruppi tra Udine, Trieste e Pordenone, come gli Upset Noise e i Wind. Uno degli episodi più memorabili resta sicuramente il concerto dei Death SS. Fu probabilmente uno degli eventi con il maggiore riscontro di pubblico: ricordo fan arrivati già dal mattino e persino un gruppo di ragazze partite dalla Sicilia per esserci. Quella sera il locale esplose: più di mille persone, scenografia macabra curatissima, atmosfera quasi teatrale. E tra le richieste del gruppo ce n’era una piuttosto… particolare: recuperare in macelleria una grossa quantità di frattaglie. Durante il live Steve Sylvester iniziò a lanciarle sul pubblico come in un rituale horror rock delirante. A fine concerto il locale sembrava il set di un film splatter di serie B girato senza permessi. Per ripulire e disinfettare tutto ci vollero due giorni interi. Però sì, è stata una notte epica.
F: Come funzionava la convivenza di generi musicali diversi nello stesso locale?
CT: In realtà funzionava molto meglio di quanto si possa pensare oggi. C’erano identità diverse, certo, ma meno rigidità tribalistiche. Io partivo spesso con sonorità gothic e alternative più iconiche, poi durante la serata calibravo il set in base alla pista e alle persone presenti, passando dal punk all’hard rock senza grossi problemi. La consolle era quasi un confessionale: tutti arrivavano a chiedere pezzi. Cercavo di accontentare più persone possibile… anche se ovviamente non tutte. Altrimenti avrei dovuto mettere su una juke box e andare a bere al bancone.
F: In California hai avuto modo di toccare con mano posti di una scena rock leggendaria, qual è stato l’impatto e che cosa puoi raccontare di quell’esperienza?
CT: Vivere a Hollywood è stata un’esperienza che, ancora oggi, mi sembra sospesa tra realtà e pellicola. L’America non è l’Europa, nel bene e nel male: cambia il ritmo, cambia lo spazio, cambia perfino il modo in cui ti muovi dentro una città. E Los Angeles poi non è una città, è una distorsione geografica del concetto stesso di ‘città’. Hollywood, in particolare, è un set permanente: anche quando non succede nulla, hai sempre la sensazione che qualcosa stia per iniziare. La vita notturna ruotava attorno a luoghi che, per chi è cresciuto con una certa musica, erano quasi mitologici. Il Sunset Strip era una specie di corridoio elettrico. Ci muovevamo spesso con una Cadillac anni ‘70 comprata lì, che già di per sé sembrava un gesto più cinematografico che pratico. Una tappa quasi rituale era il Rainbow: birre e cocktail, ore leggere prima di finire a ballare o a vagare tra un locale e l’altro. Lì la normalità era relativa. Lemmy dei Motörhead era di casa, sempre dietro al biliardo come se fosse un arredo fisso del posto. Una volta ci siamo ritrovati anche a giocare una partita con lui, con quella naturalezza surreale che certe città sanno regalare senza chiedere permesso. Capitava poi di incrociare Slashe DuffdeiGuns N’ Roses, o musicisti di band locali che lì erano nomi importanti anche se da noi non erano conosciuti… e una volta pure Lenny Kravitz lo trovammo seduto ad un tavolo a bere con amici. Il Club Ugly, gestito dalla moglie di Vince Neil dei Mötley Crüe, aveva un’energia più sporca e diretta, mentre il Sin-a-Matic sulla Melrose Avenue era probabilmente il nostro preferito: un ecosistema a parte. Musica che spaziava dal gothic allo street rock, dall’industrial al grunge che allora stava esplodendo. Lì potevi incrociare alcuni componenti dei Ministry come se fosse la cosa più normale del mondo. La clientela era un universo parallelo: età, stili, identità mescolati senza gerarchie, con una componente fetish molto dichiarata e una libertà estetica che sembrava quasi irreale. Una delle immagini più forti resta un gruppo arrivato con un carro funebre decorato in stile famiglia Addams, tra teschi e fiamme sulla carrozzeria. Una dichiarazione estetica più che un mezzo di trasporto. Poi c’era il Glam Slam, il locale di Prince, più elegante (bellissimo!), quasi sospeso rispetto al resto…Diverso, sì, ma proprio per questo interessante: anche lì si capiva quanto quella scena fosse contaminata e viva. Prince, del resto, era un artista che non si poteva ignorare, anche quando non era il ‘tuo’ mondo. I live li vedevamo spesso al Troubadour, al Whisky a Go Go o Viper Room, luoghi che hanno praticamente scritto una parte della storia del rock. E poi concerti, notti infinite, e un Capodanno in un locale ad Anaheim con i Bang Tango. Col tempo i dettagli si sfumano, ma resta nitida una sensazione: non era solo assistere a una scena musicale. Era attraversarla mentre stava ancora accadendo.
F: Oggi esistono numerose serate organizzate in ricordo/tributo a club e discoteche storiche, avete già fatto qualcosa di simile o non vi interessa proprio?
CT: C’è sicuramente una forte voglia di revival e non ho nulla contro questo tipo di serate: hanno un loro pubblico e una loro funzione. Però né io né Diego siamo mai stati particolarmente attratti dall’idea di vivere di nostalgia. I ricordi sono preziosi, ma se ci resti troppo dentro rischi di trasformarti nella cover band di te stesso. Dopo l’esperienza californiana, dalla metà degli anni ’90 abbiamo iniziato a lavorare e collaborare con diversi club in Italia, tra cui Movida, Gilda ed Exogroove, avvicinandoci sempre di più alla musica elettronica, alla direzione artistica e agli allestimenti. Nei primi anni 2000 ci siamo concentrati soprattutto in Friuli Venezia Giulia, collaborando con realtà come il Kursaal Club, Ca’ Margherita e locali di Trieste come il Salomè. Negli ultimi anni, dopo una pausa e un viaggio a New York dove abbiamo conosciuto Susan Bartsch, la regina delle notti newyorkesi, abbiamo ripreso anche il discorso legato a Halloween. Quell’anima un po’ dark in realtà non se n’è mai andata, si è solo evoluta. Oggi lo facciamo in una chiave più curata: eventi privati su invito, con tema e dress code, dj nazionali e internazionali, performer e location sempre diverse. La vera sfida, oggi, è trovare luoghi che abbiano ancora un’anima. Spazi belli ce ne sono, ma quelli davvero evocativi sono sempre più rari. Il pubblico è cambiato, è più maturo e molto orientato alla musica elettronica, ma lo spirito resta lo stesso: ricerca, atmosfera, identità. Cerchiamo di costruire serate che non siano solo intrattenimento, ma piccole parentesi fuori dal quotidiano, dove per qualche ora si sospendono pensieri e routine. In un mercato del divertimento sempre più omologato e commerciale, proviamo a mantenere una voce diversa, anche restando in Friuli. Io e Diego portiamo semplicemente la nostra visione, e lo ripeto spesso anche a chi ci segue da anni o a chi arriva per passaparola: non facciamo serate per farvi tornare indietro nel tempo… al massimo per ricordarvi che siete ancora in grado di non annoiarvi nel presente.
Conosciuta per i suoi vini pregiati e le sue dolci colline, la Valle del Vipacco è quella terra di confine incastonata tra l’altipiano del Carso e il monte Nanos dove la burja, il vento nord orientale di bora, soffia violento fino a superare la velocità di 200 km/h. Da qui arrivano i DTN, band formata nel 2023 che nonostante la giovane età -i componenti sono tutti under 25– porta avanti con la sua musica la lezione della scuola thrash metal anni Ottanta.
Lo scorso weekend hanno presentato al Mostovna di Nova Gorica ‘Eschatology’, il loro primo Ep autoprodotto definito ‘quasi 22 minuti di thrash metal audace e d’impatto, secondo una ricetta piuttosto tedesca, con una voce potente e aggressiva, che ricorda in qualche modo i tempi d’oro dei Sepultura, allora ancora arrabbiati’ (leggi qui la recensione).
Martedì 12 maggio Spring Music Night Sala Luttazzi, Magazzino 26, Porto Vecchio di Trieste h. 19:30 Ingressolibero
Una serata all’insegna della musica curata dagli allievi del corso di Editoria e Discografia Musicale organizzato da Petit Soleilin collaborazione con il centro di formazione Ires FVG. All’evento partecipa Slow Food, associazione enogastronomica che si occupa di sensibilizzare le persone sullo spreco alimentare
Che cosa serve per creare e distribuire le proprie canzoni? Il corso -che si è svolto da aprile a maggio 2026– si è rivolto principalmente al campo degli artisti musicali, permettendo una panoramica di tutti i processi che accompagnano l’opera dalla sua ideazione alla pubblicazione e distribuzione. Il corso analizzava le differenti figure e i relativi diritti spettanti ad ognuno, autore, editore, interprete, produttore, seguendo il processo di pubblicazione di opere musicali e le necessarie tutele. Il laboratorio era totalmente gratuito rivolto ai giovani tra i 18 e i 34 anni, studenti o disoccupati, residenti o domiciliati in Friuli Venezia-Giulia e interessati ad avere una panoramica sui processi dell’editoria musicale.
Il laboratorio fa parte del Progetto AttivaGiovani 2023-2026, realizzato con il beneficio del sostegno cofinanziato dal Fondo Sociale Europeo Plus della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.
Da Ozzy ad Alice Cooper, dai Kiss ai Metallica, passando per il Far East Film e la Mostra del Cinema di Venezia, nel corso della sua lunga carriera Riccardo Modena ha immortalato decine di stelle e celebrities dello spettacolo. La sua passione per il rock inizia fin da adolescente nella Udine tappa di concerti internazionali, sviluppandosi nella seconda metà degli anni ’80 in una serie di collaborazioni con i gruppi iconici della scena del Nordest, di cui ha firmato immagini e copertine diventate di culto.
F: Ciao e benvenuto su Freezine! Com’è iniziato il tuo percorso?
RM: Tutto incominciò un po’ per caso, quando un compagno di classe mi affidò fotocamera e biglietto per i Pooh in concerto al Palasport di Udine. Lui non poteva partecipare, io avevo fatto solo un breve corso da boy scout, quindi sfruttai i consigli del commerciante che mi aveva venduto la pellicola, ma alla fine il risultato fu così interessante, quasi come scoprire un mondo nuovo, che i miei decisero di regalarmi una fotocamera manuale. In quel periodo, inizio anni ’80, Udine era spesso inclusa in tour importanti come Ramones, Uriah Heep, Devo, Wishbone Ash, Iggy Pop e il prezzo dei biglietti era molto, molto più amichevole di adesso, qualcosa che la paghetta di uno studente poteva affrontare, e nessuno limitava la presenza di fotocamere…da lì iniziai a realizzare un piccolo archivio.
F: Ci puoi raccontare invece della tua esperienza nella Udine degli anni ’80?
RM: Udine all’epoca era una città ‘campione’ per la presenza di numerosi cinema che fornivano i dati per i sondaggi di partecipazione nazionale e, come dicevo, spesso includeva tour internazionali -ricordo che negli anni ’70 l’Italia era evitata dagli artisti stranieri. Quindi si viveva un clima culturale decisamente attivo, e questo, in una città a misura d’uomo, contribuì alla nascita in parallelo di movimenti diversi ma spesso inclusivi tra loro. C’era il Centro Sociale Autogestito, nello spazio che ora è occupato dal Palazzo della Regione, dove confluivano le varie realtà meno allineate tra le quali non c’era conflitto, ma più spesso interazione. L’unico ‘scontro’ che ricordo è stato un incontro di calcio metal vs. punk, vinto dai punk e concluso con una serata in birreria (a carico dei perdenti). Il centro ospitava concerti eterogenei sia metal che punk ma anche dark e wave, insomma tutte le realtà alternative che lì potevano organizzare iniziative e trovare spazio di discussione. All’epoca era quasi obbligatorio far parte di un gruppo sociale ed essere etichettato, situazione che non ho mai amato particolarmente…per contrappasso siamo arrivati a generazioni successive decisamente individualiste. Ricordo i Ritmo Tribale ma anche un concerto degli Scream, con alla batteria un giovanissimo Dave Grohl, che poi sarebbe diventato membro dei Nirvana e fondatore dei Foo Fighters.
Scream e God al CSA di Udine nel 1988
‘La stagione dei concerti internazionali ad un certo punto si interruppe, e Udine divenne una sorta di ‘biosfera’ dove comunque qualche fuoco stava ancora bruciando. Resisteva un locale chiamato Rocktonda che, a fasi alterne, ha accompagnato gli alternativi fino agli anni ’90. Un altro punto di riferimento è stato il Cathouse a San Giovanni al Natisone, attivo nella seconda metà degli ’80, che ha ospitato fra gli altri Rob Zombie con la sua band dell’epoca. C’erano band come Aldebaran che fondevano prog con sonorità contemporanee, Halloween che hanno avuto riscontro nazionale, ma anche altre realtà in diversi campi musicali. Qualche anno fa, come fotografo del Far East Film Festival, mi è capitato di incontrare un regista, credo fosse indonesiano, appassionato di punk italiano che conosceva benissimo gli Upset Noise e gli Eu’s Arse. Rimane comunque una città medio-piccola che è riuscita comunque a produrre qualcosa di interessante’.
F: Con le tue foto alle band dell’epoca sei riuscito a raccontare tutto questo fermento, com’è successo?
RM: Ero iscritto all’Istituto d’Arte di Udine e gli Halloween, di cui ero amico, mi affidarono l’incarico di realizzare la backcover di ‘L.A.D.Y.’ Le foto sono state realizzate insieme all’amico Luca Gasparini nel suo garage con un risultato che ora mi sembra molto ingenuo. Credo che per i fondali avessimo usato la carta che serve a realizzare le montagne dei presepi, si vedono ancora le pieghe. Agli inizi seguii anche il successivo progetto di Fabio (Ronnie Angel, il cantante) che guidò i Wind in territorio rock e blues.
‘Anche gli Upset Noise li incontrai grazie all’amicizia con il batterista Stefano Bonanni. La foto di ‘Growing Pain’ venne realizzata nella loro sala prove senza grande preparazione, e decisero di usarla come backcover. Per quanto riguarda Heaven’s Touch ho sempre seguito la band anche nei diversi cambi di formazione, spesso accompagnavo alle prove Luca e il batterista John Car, che prima era con Halloween, così mi offrii anche di realizzare le foto. Appena iniziato a fotografare non avevo una musica preferita, ascoltavo quello che mi incuriosiva, allora l’unica opzione era acquistare i dischi. Finché proprio Luca e John, che avevo conosciuto al concerto di Uriah Heep, pensarono bene di regalarmi ‘If You Want Blood You’ve Got It’ di AC/DC che mi spalancò un mondo. Avevo sedici anni, e il metal mi accompagnò anche nel periodo successivo, inoltre con Luca e John ci frequentiamo ancora’.
‘Con i Timoria la storia è più curiosa. Entrai in contatto con la band senza avere mai sentito la loro musica e, solo per la loro simpatia, cercai di farli suonare nel locale che frequentavo, il Rototom di Gaio di Spilimbergo nel Pordenonese. L’anno dopo avrebbero pubblicato ‘Viaggio senza vento’ (1993) sul quale in pochi credevano, si è dimostrato invece il disco che ha dato nuova energia al rock italiano. Grazie a comuni amici siamo sempre rimasti in contatto e ho seguito molti dei loro concerti in zona. Quando pubblicarono il live ‘Generazione senza Vento’ avevo abbastanza materiale fotografico e mi proposero di utilizzarlo nel booklet interno. Proprio in questi giorni si è paventata la possibilità di raccogliere il loro materiale in un libro, ma finora è solo un progetto appena abbozzato. Menzione d’onore per il Rototom (adesso, con lo stesso direttivo, è diventato l’attuale festival reggae di Benicàssim), che ebbe il merito di ospitare nella nostra regione molte realtà interessanti, dai Ramones a Ice-T e Body Count, passando per Living Colour e Massive Attack‘.
Ramones in concerto al Rototom club nel 1993
F: Non solo la musica, ma anche il cinema ha un ruolo importante nella tua vita. Sei fotografo al Far East Film di Udine, hai collaborato anche con Lorenzo Bianchini…Ci puoi parlare di queste tue esperienze?
RM: Le foto sui set di Lorenzo Bianchini sono state un altro caso. Un fotografo con cui lavoravo stava facendo il direttore della fotografia sul primo progetto di Lorenzo ‘Radice Quadrata di Tre’, quindi venni coinvolto come fotografo di scena nel successivo progetto cioè ‘Custodes Bestiae’. Ancora una piccola produzione girata in digitale dove tutti si adoperavano a fare tutto, anche il frate cattivo, o il villico che indica la direzione al protagonista, e quelli toccarono a me. Ho partecipato anche a ‘L’Angelo dei Muri’ (2018), una produzione importante che mi ha permesso di lavorare al fianco di Pierre Richard, una gloria del cinema francese, e con un direttore della fotografia come Peter Zeitlinger, da anni DOP di Werner Herzog e insegnante alla HFF di Monaco di Baviera. Un’esperienza splendida, impegnativa ma assolutamente appagante. Nell’ultimo film uscito, diretto da Bianchini, ‘La Memoria del Buio’, che trovate disponibile su You Tube, un giorno sul set mi è costato… un ruolo da cadavere.
Sul set di ‘L’Angelo dei muri’ (2018)
F: Su cosa ti concentri invece quando scatti durante i live?
RM: La fotografia ha avuto un upgrade importante con il passaggio dall’uso della pellicola al digitale. L’insidia è che adesso puoi scattare decine di foto senza sosta, mentre la pellicola arrivava a trentasei scatti, terminati i quali dovevi inserire un altro rullino. Inoltre ora puoi controllare il risultato pochi istanti dopo lo scatto. Ho notato che molti scattano a caso, e passano il tempo a controllare quello che hanno realizzato e poi scelgono. Per esperienza ho evitato questo approccio, e preferisco concentrarmi fermandomi per creare una bella inquadratura o attendere una bella espressione, come se gli scatti fossero limitati. I risultati sono decisamente più interessanti.
RM: I primi a ispirare il mio lavoro, prima ancora di avvicinarmi alla fotografia, sono stati ‘Ciao 2001’, rivista musicale piena di colori e foto, il primo numero acquistato aveva in copertina i Kiss di cui non avevo ancora ascoltato nulla. Poi soprattutto le copertine della Hypgnosis di Storm Thorgerson che curava le cover di Pink Floyd, Scorpions, U.F.O. tra gli altri. Spettacolari e allo stesso tempo ironiche. Capolavori. Nell’ambito della fotografia musicale ho apprezzato e apprezzo il lavoro di Anne Leibovitz, di Mark Seliger e David LaChapelle e sono rimasto conquistato da Lee Jeffries, che è colui che ha seguito il tour di ’72 Seasons’ dei Metallica. Lavoro stupendo con i Metallica ma straordinario anche ciò che ha fatto oltre. In Italia mi è sempre piaciuto il lavoro del veneziano Alex Ruffini e spero di poter ospitare a Udine una sua retrospettiva. Il mio lavoro di fotografo mi dà grandi soddisfazioni, ora lavoro con agenzie nazionali, da vent’anni seguo il Far East Film Festival di Udine e gli altri eventi organizzati dal CEC, collaboro con promoter come Euritmica o Hub concerti e seguo altri eventi culturali come èStoria a Gorizia e la Mostra del cinema di Venezia. Gli eventi rappresentano non più del venti per cento del mio lavoro, il resto è molto più noioso ma è necessario per la sopravvivenza. Ho anche lavorato nella fotografia industriale e pubblicitaria o nel reportage sulla stampa locale, ma fotografare eventi live è sempre un grande piacere.
F: Cosa ti piace ascoltare nella vita di tutti i giorni?
RM: Per quanto riguarda le mie preferenze musicali, ammetto che nel periodo metallaro avevo un atteggiamento troppo snob nei confronti delle altre realtà musicali. Dagli anni ’90 in poi ho cercato di espandere le mie conoscenze musicali, anche perché c’era molto che non conoscevo, e ancora molto che non conosco. Amo ancora Judas Priest e Metallica, ma li alterno con molto rock anni ’70, da Led Zeppelin a Bowie ad Alice Cooper al prog, ma anche classica e qualcosa di italiano, ed ho sempre cercato di comprendere anche altri generi, che fossero elettronica, rap, pop, techno. Fra le ultime cose che ho ascoltato ci sono Nina Simone e Gustav Holst, un compositore classico che ha ispirato anche i Black Sabbath. Degli anni ’90 ho trovato e trovo entusiasmanti i Tool, i NineInch Nails e i System Of A Down, e in questo momento guardo con interesse ai Royal Blood o Sleep Token. Tra gli italiani Caparezza e Afterhours, recentemente ho trovato interessanti La Rappresentante di Lista, non fermatevi a ‘Ciao Ciao’. Anche se non riesco a coprire tutti i trecentosessanta gradi di visione musicale cerco di ampliare il più possibile il mio sguardo, comunque reggaeton e trap restano sempre fuori…mio limite evidentemente. Ma comunque i musicisti amati sono tantissimi e un elenco sarebbe noioso.
F:Hai fotografato i più grandi da Cooper a Jeff Beck passando per Malmsteem, c’è uno di questi concerti a cui sei legato di più per qualche motivo?
RM: Sono riuscito a fotografare le star che ammiravo, incontrando Ozzy, Lemmy, i Metallica..ma è stato straordinario incontrare Alice Cooper. L’amico Attilio Grilloni che all’epoca lavorava per Videomusic mi ha permesso di partecipare all’intervista esclusiva all’hotel Principe di Milano e mi sono trovato di fronte un gentleman di altri tempi. Disponibile, gentile e molto empatico…e senza pagare il VIP ticket a prezzi folli. Di Cooper ho seguito e seguo tutti gli eventi possibili, visto che, per fortuna, quasi ogni estate viene in Europa a causa del clima torrido di Phoenix. Aneddoti su altri ne avrei molti, ad esempio il cantante dei Faith No More che parla un perfetto italiano ma esagera la cadenza americana sul palco, o Ozzy in uno dei frequenti momenti alcoolici ma riempirei tutto lo spazio…e poi non tutto è divulgabile. E esistono anche delle immagini, che però rimangono ben segrete nel mio archivio…
Perché i collettivi sorti negli ultimi anni a Trieste non investono ANCHE sulla formazione per avvicinare il pubblico giovanile ai loro eventi? Dove sono i corsi, gli stages, le masterclass, i workshop? E’ completamente inutile lamentarsi degli scarsa partecipazione ai concerti se non si creano le basi per coinvolgere pubblico -composto da ragazzi e -perché no?? anche dai loro genitori!
Domenica 29 marzo il gruppo Facebook Trieste Rock City è stato teatro di un acceso scontro, che è poi continuato attraverso ulteriori commenti e considerazioni nella giornata successiva di lunedì.
Al centro della discussione, lo spazio da dedicare alle cover band(nel caso specifico un teatro comunale, ndr) nel contesto di una scena triestina che, com’è noto, negli ultimi anni si fa in quattro per ‘resistere’ già fortemente penalizzata dalla mancanza di sedi adeguate, con il conseguente risultato dell’impoverimento dell’offerta live -soprattutto durante la stagione indoor.
Lo spunto su cui riflettere che può dare l’episodio sarebbe il delinearsi all’orizzonte di una sorta di ‘modello virtuoso’ costituito da alcune realtà organizzative in Friuli a Udine e Pordenone -con qualche ‘incursione’ nella vicina Slovenia-, e da cui Trieste risulta pesantemente tagliata fuori.
Rilanciamo quindi chiedendo ai musicisti ed agli appassionati e frequentatori della scena underground: siete d’accordo su quest’ultimo punto? Vi piacerebbe che Trieste si impegnasse per ‘agganciarsi’ ad altre realtà regionali, magari riservando i suoi teatri per collaborare con le loro iniziative?
La stagione estiva è alle porte, e a Trieste sembra riservare qualche novità. Oltre alle manifestazioni sul Carso, quest’estate potrebbe esserci un ritorno in città, con i rioni nuovamente nel ruolo di protagonisti. In attesa del Dart Rock bar di Ponziana, che ha annunciato una riapertura per il mese di maggio, si attendono gli aggiornamenti sull’ex caserma di Roiano, dove nel frattempo sono state eseguite le pulizie del giardino.
Aprile sarà il mese dell’Ippodromo, che continua con i concerti negli spazi dell’Argentinos. Venerdì 10 aprile il Core Inflation fest con ospiti dalla Romania gli Underwaves, metalcore band capitanata dall’affascinante singer Ana e in apertura due solide realtà locali come Red Code e Darkpools. Evento Facebook qui
Sabato 25 aprile tocca ai due assi del rock Arthur Falcone e Michele Luppi che, con il supporto di HardcoreReborn, si esibiranno con le rispettive band nell’ambito di una serata-evento all’Ippodromo che vede due generazioni unite per la scena. Partita anche la prevendita dei biglietti attraverso i canali socialEvento Facebook qui:
Annunciata anche la seconda edizione del Sound of Rebellion Vol. 2, che quest’anno si sposta all’Argentinos nel weekend di venerdì 15 e sabato 16 maggio, con quindici band ospiti da Friuli, Slovenia e anche Croazia Evento Facebookqui. Risalendo sull’altopiano, troviamo il gradito ritorno di In Grind We Trst con un minifest sabato 18 aprile al Kulturni Dom di Prosecco Evento Facebook qui.
Confermati i festival consolidati, con i Game Over headliner al Karst Rock Festsabato 4 luglio a Sgonico, gli ucraini Stoned Jesus al 5thStonerKras Fest per il sabato successivo 11 luglio, mentre venerdì 17 e sabato 18 luglio il Motorbunchspegnerà 29 (!) candeline.
Fine estate si preannuncia a dir poco movimentata con il long weekend che parte giovedì 3 settembre con Judas Priest a Pordenone e prosegue con la tre giorni di Rock Campvenerdì 4 settembre, sabato 5 settembre e domenica 6 settembre nell’area verde di Prepotto (Duino Aurisina)….it’s a long way to the top if you wanna rock n’ roll!!!!
L’immagine di una Trieste grezza, ribelle e rock n’ roll, corrispondente alle origini del movimento negli anni ’80, è sicuramente quella che nel corso degli anni ha trovato maggior diffusione. Docufilm, romanzi e racconti hanno contribuito a diffondere e nutrire quest’immagine -e continuano a farlo tuttora- non solo per chi c’era, provando a raggiungere una platea anche più ampia.
Di tutto questo, il docufilm ‘Trieste se ci sei batti un colpo di rock!‘ (1990) caratterizzato da uno sguardo attento al tema del disagio sociale, è forse quello più conosciuto tanto che, nonostante gli anni di distanza, ancora oggi viene considerato come una sorta di ‘manifesto’ della scena rock triestina. Sostenuto dall’Assessorato alle Questioni Giovanili del Comune di Trieste, vede alle riprese un giovane Claudio Scaramuzza, poi diventato sceneggiatore e direttore della fotografia di numerosi documentari premiati nel circuito dei festival [1]. La direzione viene affidata a Giovanni Pianigiani, sceneggiatore e filmaker triestino di nascita formatosi nella Bologna underground degli anni ’80, che così ha ricordato in un’intervista: ‘Sono 58 minuti con nove gruppi, dal surf al thrash, alla new wave al punk, al punk elettronico. Alla prima il teatro [Miela di Trieste, ndr] era pieno e ci hanno portati in trionfo dicendo “no se come quei coioni de rai tre”! Ancora adesso il film è un mito in città!’ [2]
Al centro del docufilm c’è la città di Trieste, svelata nel suo lato inedito di ‘culla’ di un suono primigenio, rivoluzionario, partito dalle cantine della sua periferia già prima dell’arrivo del heavy metal. Si tratta dell’intervista-cameo a Gino D’Eliso che racconta la nascita del rock n’ roll a Trieste nel rione di Ponziana: dai Red Patrol & The Ponzian Boysneglianni ’60 ai primi gruppi come I Noi, LeOmbre, Le Belve, Calibro 45 fino a ‘East Ponziana’ (1979) dei Revolver, pionieri punk new wave prodotto dallo stesso D’Eliso per la Philips.
Delle interviste ai gruppi, particolare rilevanza assumono quelle dove emerge il legame tra la scena heavy metal e il disagio giovanile (mancanza di occupazione, carenza di spazi dove socializzare, scarsa visibilità), tema quest’ultimo su cui entrambi gli autori torneranno in altre opere; è un versante di un panorama estremamente sfaccettato e complesso, all’epoca già percorso da correnti interne frutto di tendenze musicali in contrasto tra loro. Nelle prossime puntate proveremo ad approfondire questi aspetti legati all’evoluzione della scena, in particolare allo sviluppo della second wave nella seconda metà degli anni ’80.
Dieci anni più tardi a Trieste quel sound così aggressivo sembra già scomparso, puf, svanito, come racconta una puntata del programma On Tv sull’emittente Telequattro. Non si tratta della sua fine definitiva, ma di una fase di passaggio, dell’inizio di quel viaggio ‘luminoso’ che molte rock band intraprendono verso nuove forme di esistenza, riuscendo a conquistare l’ambito posto nella Storia e nel ‘mito’. Negli anni successivi a disegnare una potente immagine della Trieste rock n’ roll sarà uno dei conduttori del programma, Ricky Russo, giornalista musicale, scrittore, deejaytriestino poi trasferito a New York. ‘Chiarbola soprattutto negli anni ’80 era piena di personaggi incredibili, sembravano usciti dai fumetti di Andrea Pazienza o dal film di culto ‘I Guerrieri della Notte’. Ribelli senza causa. O meio, per dirla in triestin: nagane, ma de bon cuor. La colonna sonora era soprattutto l’hard rock e l’heavy metal del periodo: Iron Maiden, Metallica, Kiss, AC/DC, Black Sabbath, Slayer, Motörhead, Judas Priest, Bon Jovi, Europe, Whitesnake, Mötley Crüe, Guns n’ Roses, Helloween, Def Leppard…Chiarbola è sempre stato un luogo dell’anima’, così un racconto a quattro mani con Elisa Russo dedicato all’adolescenza trascorsa nel rione triestino [3]. ‘Dove avremmo voluto vivere per sempre felici in una dimensione mitica e allo stesso tempo, crescendo un po’, il posto da cui volevamo fuggire. Love&Hate. Come in un film, sognando un futuro di gloria. Sognando l’America. Tanti successi. O un amore travolgente. O chissà che. Forse neanche noi lo sapevamo, ma il presente ci stava stretto’. Questa descrizione attraverso una serie di punti chiave -le band di riferimento, l’influenza di un certo immaginario pop (cinema e fumetti), la voglia di fuggire, il fascino del american dream– aggiunge ulteriori spunti, introducendo quelle che sono alcune delle caratteristiche comuni alla generazione rock triestina cresciuta negli anni ’80.
Gli Upset Noise nel video di ‘No One Knows, No One Will’ (1989)
Lanciato in rete come ‘il primo vero romanzo ambientato nella scena rock di Nordest degli anni 80 e 90’, ‘Calcare’ del triestino Massimiliano Rotti‘non è un romanzo musicale, la musica è sempre presente ma è solo un accompagnamento, un sottofondo come fosse una nemesi. Qualcosa che accomuna i personaggi tra di loro, e rappresenta l’unico riscatto possibile’, ha specificato l’autore [4]. Detto questo, resta il fatto che è stato un vero piccolo ‘caso’ letterario sia di pubblico che critica, con la seconda edizione esaurita a soli quattro mesi dall’uscita nell’ottobre 2023, contribuendo a diffondere l’immagine della Trieste rock anche al di fuori del suo circuito abituale.
In ambito invece prettamente musicale, a impegnarsi in tempi recenti per il rilancio della scena triestina è stato il compianto Gianluca Sinicco dell’etichetta friulana Aua Records. Oltre alle ristampe di gruppi come Steel Crown, Keen Eyed, Silence, Upset Noise, Blind Ambition e Warhead, anche attraverso l’organizzazione di festival. Nell’estate 2023 alla prima edizione del festival Italian Metal Heroes a Tarcento, viene organizzato un vero e proprio raduno della Phantom City che vede quattro musicisti storici dell’epoca riuniti per un mini show in tributo di Yako de Bonis frontman degli Steel Crown. All’edizione 2024 partecipa anche la band triestina emergente The Nyx , i cui live video fanno il botto di visualizzazioni su Youtube. Questo esempio apre al coinvolgimento delle giovani generazioni che, tramite le odierne piattaforme web, streaming etc possono contribuire a colmare il vuoto culturale che le ha precedute.
Per concludere, ricordiamo nuovamente il gruppo social Facebook Phantom City che, aperto nel 2019 su iniziativa del batterista Manuel Galati (Silence, Karnokkorok), è una delle fonti principali per questa ricerca. Prendendo il nome dal titolo dell’omonimo brano degli Steel Crown, riunisce fotografie, video e cimeli di testimoni ed appassionati sulle band, i dischi e i concerti che hanno fatto la golden age triestina. (continua nella prossima puntata)
————————————————————————————-
[1.] E. Russo ‘Il mondo dello spettacolo piange a Trieste Claudio Scaramuzza’, Il Piccolo, settembre 2023
[2] Jamovie.it, Intervista al regista Giovanni Pianigiani
[3] Elisa e Ricky Russo, ‘Chiarbola State of Mind’ Il Piccolo, dicembre 2021
[4] Cheintervista.it, Massimiliano Rotti, autore di ‘Calcare, Cronache da Nordest’, giugno 2025
Repetitorpost punk icone della scena alternativa post jugoslava. Si formano verso la fine del 2005 intorno al BIGZ di Belgrado, gigantesca ex fabbrica di dodici piani convertita in sale prova dove si passava dal punk alla danza attraverso l’elettronica, e la rakija scorreva a fiumi. Con gli album ‘Sve što vidim je prvi put’ (2008) e ‘Dobrodošli na okean’ (2012) hanno rapidamente scalato le classifiche, ricevuto recensioni estremamente positive e, grazie all’attitudine live punto di forza della band, hanno ampliato la loro base di fans. Repetitor hanno effettuato diversi tour europei e si sono esibiti in numerosi festival (Sziget, Exit, Pohoda, Rock For People, Loftas, Europavox, INmusic, Stereoleto…), e anche in Russia e Cina. Dal 2012 sono con la Moonlee Records, etichetta tra i promotori del MENT Festival di Lubiana, insieme ad altri nomi della scena indie come KOIKOI, ŽEN, Seine, Lelee, Bernays Propaganda e altri.
Omega Sun sono Aris Demirović (chitarra), Igor Kukanja (voce e basso) e Jure Vučko alla batteria. Con il debut ‘Opium for the Masses’ (2017) si sono imposti all’attenzione di stampa e pubblico come il nome stoner più riconoscibile della scena slovena. Il loro secondo album ‘Roadkill’ è stato rilasciato nel 2023 via No Profit Recordings, e da allora lo stanno portando instancabilmente in giro sui principali palchi nazionali e all’estero suonando con Brant Bjork, Samavayo, Acid Mammoth, 1000Mods e molti altri.