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Fotografia, rock, cinema. Intervista a Riccardo Modena

Da Ozzy ad Alice Cooper, dai Kiss ai Metallica, passando per il Far East Film e la Mostra del Cinema di Venezia, nel corso della sua lunga carriera Riccardo Modena ha immortalato decine di stelle e celebrities dello spettacolo. La sua passione per il rock inizia fin da adolescente nella Udine tappa di concerti internazionali, sviluppandosi nella seconda metà degli anni ’80 in una serie di collaborazioni con i gruppi iconici della scena del Nordest, di cui ha firmato immagini e copertine diventate di culto.

F: Ciao e benvenuto su Freezine! Com’è iniziato il tuo percorso?

RM: Tutto incominciò un po’ per caso, quando un compagno di classe mi affidò fotocamera e biglietto per i Pooh in concerto al Palasport di Udine. Lui non poteva partecipare, io avevo fatto solo un breve corso da boy scout, quindi sfruttai i consigli del commerciante che mi aveva venduto la pellicola, ma alla fine il risultato fu così interessante, quasi come scoprire un mondo nuovo, che i miei decisero di regalarmi una fotocamera manuale. In quel periodo, inizio anni ’80, Udine era spesso inclusa in tour importanti come Ramones, Uriah Heep, Devo, Wishbone Ash, Iggy Pop e il prezzo dei biglietti era molto, molto più amichevole di adesso, qualcosa che la paghetta di uno studente poteva affrontare, e nessuno limitava la presenza di fotocamere…da lì iniziai a realizzare un piccolo archivio.

Fred Coury dei Cinderella e Kirk Hammett dei Metallica
© Riccardo Modena

F: Ci puoi raccontare invece della tua esperienza nella Udine degli anni ’80?

RM: Udine all’epoca era una città ‘campione’ per la presenza di numerosi cinema che fornivano i dati per i sondaggi di partecipazione nazionale e, come dicevo, spesso includeva tour internazionali -ricordo che negli anni ’70 l’Italia era evitata dagli artisti stranieri. Quindi si viveva un clima culturale decisamente attivo, e questo, in una città a misura d’uomo, contribuì alla nascita in parallelo di movimenti diversi ma spesso inclusivi tra loro. C’era il Centro Sociale Autogestito, nello spazio che ora è occupato dal Palazzo della Regione, dove confluivano le varie realtà meno allineate tra le quali non c’era conflitto, ma più spesso interazione. L’unico ‘scontro’ che ricordo è stato un incontro di calcio metal vs. punk, vinto dai punk e concluso con una serata in birreria (a carico dei perdenti). Il centro ospitava concerti eterogenei sia metal che punk ma anche dark e wave, insomma tutte le realtà alternative che lì potevano organizzare iniziative e trovare spazio di discussione. All’epoca era quasi obbligatorio far parte di un gruppo sociale ed essere etichettato, situazione che non ho mai amato particolarmente…per contrappasso siamo arrivati a generazioni successive decisamente individualiste. Ricordo i Ritmo Tribale ma anche un concerto degli Scream, con alla batteria un giovanissimo Dave Grohl, che poi sarebbe diventato membro dei Nirvana e fondatore dei Foo Fighters.

Scream e God al CSA di Udine nel 1988

‘La stagione dei concerti internazionali ad un certo punto si interruppe, e Udine divenne una sorta di ‘biosfera’ dove comunque qualche fuoco stava ancora bruciando. Resisteva un locale chiamato Rocktonda che, a fasi alterne, ha accompagnato gli alternativi fino agli anni ’90. Un altro punto di riferimento è stato il Cathouse a San Giovanni al Natisone, attivo nella seconda metà degli ’80, che ha ospitato fra gli altri Rob Zombie con la sua band dell’epoca. C’erano band come Aldebaran che fondevano prog con sonorità contemporanee, Halloween che hanno avuto riscontro nazionale, ma anche altre realtà in diversi campi musicali. Qualche anno fa, come fotografo del Far East Film Festival, mi è capitato di incontrare un regista, credo fosse indonesiano, appassionato di punk italiano che conosceva benissimo gli Upset Noise e gli Eu’s Arse. Rimane comunque una città medio-piccola che è riuscita comunque a produrre qualcosa di interessante’.

Upset Noise ‘Growing Pain’ (TVOR, 1989)
© Riccardo Modena

F: Con le tue foto alle band dell’epoca sei riuscito a raccontare tutto questo fermento, com’è successo?

RM: Ero iscritto all’Istituto d’Arte di Udine e gli Halloween, di cui ero amico, mi affidarono l’incarico di realizzare la backcover di ‘L.A.D.Y.’ Le foto sono state realizzate insieme all’amico Luca Gasparini nel suo garage con un risultato che ora mi sembra molto ingenuo. Credo che per i fondali avessimo usato la carta che serve a realizzare le montagne dei presepi, si vedono ancora le pieghe. Agli inizi seguii anche il successivo progetto di Fabio (Ronnie Angel, il cantante) che guidò i Wind in territorio rock e blues.

Halloween ‘L.A.D.Y.’ (Discotto, 1985)
© Riccardo Modena

‘Anche gli Upset Noise li incontrai grazie all’amicizia con il batterista Stefano Bonanni. La foto di ‘Growing Pain’ venne realizzata nella loro sala prove senza grande preparazione, e decisero di usarla come backcover. Per quanto riguarda Heaven’s Touch ho sempre seguito la band anche nei diversi cambi di formazione, spesso accompagnavo alle prove Luca e il batterista John Car, che prima era con Halloween, così mi offrii anche di realizzare le foto. Appena iniziato a fotografare non avevo una musica preferita, ascoltavo quello che mi incuriosiva, allora l’unica opzione era acquistare i dischi. Finché proprio Luca e John, che avevo conosciuto al concerto di Uriah Heep, pensarono bene di regalarmi ‘If You Want Blood You’ve Got It’ di AC/DC che mi spalancò un mondo. Avevo sedici anni, e il metal mi accompagnò anche nel periodo successivo, inoltre con Luca e John ci frequentiamo ancora’.

Il batterista John Car (Halloween, Heaven’s Touch)
© Riccardo Modena

‘Con i Timoria la storia è più curiosa. Entrai in contatto con la band senza avere mai sentito la loro musica e, solo per la loro simpatia, cercai di farli suonare nel locale che frequentavo, il Rototom di Gaio di Spilimbergo nel Pordenonese. L’anno dopo avrebbero pubblicato ‘Viaggio senza vento’ (1993) sul quale in pochi credevano, si è dimostrato invece il disco che ha dato nuova energia al rock italiano. Grazie a comuni amici siamo sempre rimasti in contatto e ho seguito molti dei loro concerti in zona. Quando pubblicarono il live ‘Generazione senza Vento’ avevo abbastanza materiale fotografico e mi proposero di utilizzarlo nel booklet interno. Proprio in questi giorni si è paventata la possibilità di raccogliere il loro materiale in un libro, ma finora è solo un progetto appena abbozzato. Menzione d’onore per il Rototom (adesso, con lo stesso direttivo, è diventato l’attuale festival reggae di Benicàssim), che ebbe il merito di ospitare nella nostra regione molte realtà interessanti, dai Ramones a Ice-T e Body Count, passando per Living Colour e Massive Attack‘.

Ramones in concerto al Rototom club nel 1993

F: Non solo la musica, ma anche il cinema ha un ruolo importante nella tua vita.  Sei fotografo al Far East Film di Udine, hai collaborato anche con Lorenzo Bianchini…Ci puoi parlare di queste tue esperienze?

RM: Le foto sui set di Lorenzo Bianchini sono state un altro caso. Un fotografo con cui lavoravo stava facendo il direttore della fotografia sul primo progetto di Lorenzo ‘Radice Quadrata di Tre’, quindi venni coinvolto come fotografo di scena nel successivo progetto cioè ‘Custodes Bestiae’. Ancora una piccola produzione girata in digitale dove tutti si adoperavano a fare tutto, anche il frate cattivo, o il villico che indica la direzione al protagonista, e quelli toccarono a me. Ho partecipato anche a ‘L’Angelo dei Muri’ (2018), una produzione importante che mi ha permesso di lavorare al fianco di Pierre Richard, una gloria del cinema francese, e con un direttore della fotografia come Peter Zeitlinger, da anni DOP di Werner Herzog e insegnante alla HFF di Monaco di Baviera. Un’esperienza splendida, impegnativa ma assolutamente appagante. Nell’ultimo film uscito, diretto da Bianchini, ‘La Memoria del Buio’, che trovate disponibile su You Tube, un giorno sul set mi è costato… un ruolo da cadavere.

Sul set di ‘L’Angelo dei muri’ (2018)

F: Su cosa ti concentri invece quando scatti durante i live?

RM: La fotografia ha avuto un upgrade importante con il passaggio dall’uso della pellicola al digitale. L’insidia è che adesso puoi scattare decine di foto senza sosta, mentre la pellicola arrivava a trentasei scatti, terminati i quali dovevi inserire un altro rullino. Inoltre ora puoi controllare il risultato pochi istanti dopo lo scatto. Ho notato che molti scattano a caso, e passano il tempo a controllare quello che hanno realizzato e poi scelgono. Per esperienza ho evitato questo approccio, e preferisco concentrarmi fermandomi per creare una bella inquadratura o attendere una bella espressione, come se gli scatti fossero limitati. I risultati sono decisamente più interessanti.

Heaven’s Touch
© Riccardo Modena

F: Quali sono state le tue fonti d’ispirazione?

RM: I primi a ispirare il mio lavoro, prima ancora di avvicinarmi alla fotografia, sono stati ‘Ciao 2001’, rivista musicale piena di colori e foto, il primo numero acquistato aveva in copertina i Kiss di cui non avevo ancora ascoltato nulla. Poi soprattutto le copertine della Hypgnosis di Storm Thorgerson che curava le cover di Pink Floyd, Scorpions, U.F.O. tra gli altri. Spettacolari e allo stesso tempo ironiche. Capolavori. Nell’ambito della fotografia musicale ho apprezzato e apprezzo il lavoro di Anne Leibovitz, di Mark Seliger e David LaChapelle e sono rimasto conquistato da Lee Jeffries, che è colui che ha seguito il tour di ’72 Seasons’ dei Metallica. Lavoro stupendo con i Metallica ma straordinario anche ciò che ha fatto oltre. In Italia mi è sempre piaciuto il lavoro del veneziano Alex Ruffini e spero di poter ospitare a Udine una sua retrospettiva. Il mio lavoro di fotografo mi dà grandi soddisfazioni, ora lavoro con agenzie nazionali, da vent’anni seguo il Far East Film Festival di Udine e gli altri eventi organizzati dal CEC, collaboro con promoter come Euritmica o Hub concerti e seguo altri eventi culturali come èStoria a Gorizia e la Mostra del cinema di Venezia. Gli eventi rappresentano non più del venti per cento del mio lavoro, il resto è molto più noioso ma è necessario per la sopravvivenza. Ho anche lavorato nella fotografia industriale e pubblicitaria o nel reportage sulla stampa locale, ma fotografare eventi live è sempre un grande piacere.

Steven Tyler a Trieste nel 2018
© Riccardo Modena

F: Cosa ti piace ascoltare nella vita di tutti i giorni?

RM: Per quanto riguarda le mie preferenze musicali, ammetto che nel periodo metallaro avevo un atteggiamento troppo snob nei confronti delle altre realtà musicali. Dagli anni ’90 in poi ho cercato di espandere le mie conoscenze musicali, anche perché c’era molto che non conoscevo, e ancora molto che non conosco. Amo ancora Judas Priest e Metallica, ma li alterno con molto rock anni ’70, da Led Zeppelin a Bowie ad Alice Cooper al prog, ma anche classica e qualcosa di italiano, ed ho sempre cercato di comprendere anche altri generi, che fossero elettronica, rap, pop, techno. Fra le ultime cose che ho ascoltato ci sono Nina Simone e Gustav Holst, un compositore classico che ha ispirato anche i Black Sabbath. Degli anni ’90 ho trovato e trovo entusiasmanti i Tool, i Nine Inch Nails e i System Of A Down, e in questo momento guardo con interesse ai Royal Blood o Sleep Token. Tra gli italiani Caparezza e Afterhours, recentemente ho trovato interessanti La Rappresentante di Lista, non fermatevi a ‘Ciao Ciao’. Anche se non riesco a coprire tutti i trecentosessanta gradi di visione musicale cerco di ampliare il più possibile il mio sguardo, comunque reggaeton e trap restano sempre fuori…mio limite evidentemente. Ma comunque i musicisti amati sono tantissimi e un elenco sarebbe noioso.

Rob Halford © Riccardo Modena

F: Hai fotografato i più grandi da Cooper a Jeff Beck passando per Malmsteem, c’è uno di questi concerti a cui sei legato di più per qualche motivo?

RM: Sono riuscito a fotografare le star che ammiravo, incontrando Ozzy, Lemmy, i Metallica..ma è stato straordinario incontrare Alice Cooper. L’amico Attilio Grilloni che all’epoca lavorava per Videomusic mi ha permesso di partecipare all’intervista esclusiva all’hotel Principe di Milano e mi sono trovato di fronte un gentleman di altri tempi. Disponibile, gentile e molto empatico…e senza pagare il VIP ticket a prezzi folli. Di Cooper ho seguito e seguo tutti gli eventi possibili, visto che, per fortuna, quasi ogni estate viene in Europa a causa del clima torrido di Phoenix. Aneddoti su altri ne avrei molti, ad esempio il cantante dei Faith No More che parla un perfetto italiano ma esagera la cadenza americana sul palco, o Ozzy in uno dei frequenti momenti alcoolici ma riempirei tutto lo spazio…e poi non tutto è divulgabile. E esistono anche delle immagini, che però rimangono ben segrete nel mio archivio…

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Esclusivo- Karnokkorok, l’intervista senza veli

Alla vigilia del debutto al Mostovna di Nova Gorica con la nuova line up- in programma sabato 20 dicembre in compagnia di Hobos e Wasserdicht -ripubblichiamo l’intervista a Karnokkorok concessa a Freezine nell’estate del 2015. Dove il dissacrante showman triestino racconta di sé, dai suoi gusti musicali alla sua passione per le serie televisive, da ‘Breaking Bad’ a ‘Hells on Wheels’. E rivela un animo sportivo, che spazia dal basket al wrestling, e uno più ‘spirituale’, scegliendo Dio anziché Ozzy… Buona lettura se vi va!

Pizza o gelato?
Pizza

Tette o culo?
Piedi

Ratt o Mötley Crüe?
Ratt

Trieste o Lubiana?
Lubiana per concerti, arte e fighe

Praticamente tutto dài… Sežana o Ankaran?
Ankaran

Birra o vin?
Birre…per socializzare

Calcio o basket?
Basket come sport

Cani o gatti?
Gatto

Cavelada o cresta?
Cavelada perché son metal, anche se go una cresta nascosta sotto la cavelada

Infernale o tombale?
Tombale

Televisione o internet?
Internet, non guardo tv dal 2002

Porn Hub o Xhamster?
Pornhub ultimamente

Auto o moto?
Auto

Dio o Ozzy?
Dio

Perizoma o niente?
Perizoma

Amici o solo?
Amici, visto che so star ben anche solo

Passato o futuro?
Passato, volessi tornar indrio invece de andar avanti

Oasis o Blur?
Oasis tutta la vita

Peter Criss o Gene Simmons?
Ace Frehley

Dal vivo o in studio?
Dal vivo

Jägermeister o Fernet?
Jäger

Piercing o tattoo?
Tattoo

Doccia o vasca?
Vasca perché no la go

Aldo calice o Bar Valmaura?
Aldo

Vinile o cd?
Vinile, troppo facile

Analogico o digitale?
Analogico, troppo facile

Vaginale o clitorideo?
Anal

Mona o studiado?
Mona con attitude

Bus o taxi?
Taxi

Ultras TS o Tifozi Koper 1987?
Forza Unione

Milan o Inter?
Inter

Ventilatore o aria condizionata?
Ventilator cinese

Ascensore o a piedi?
Ascensore

Squallor o Skiantos?
Squallor, go tutti i dischi

Metal Hammer o Iron Fist?
Iron Fist, meno commerciale e scopro gruppi molto piu fighi là

Carta igienica o fazzolettini?
Fazolettini, scivola meio

Anni Sessanta o Settanta?
70

Anni Ottanta o Novanta?
90, perché li ho vissuti in pieno

Hulk Hogan o The Warrior?
The Warrior

Dave Grohl o Zaccai?
Zaccai

Minigonna o leggins?
Leggins

Kiss o AC/DC?
Kiss

Grime o Secret?
Grime perché piu doom

Hc NY o californiano?
Hc NY perché più incazzado

New York o Los Angeles?
New York

Londra o Amsterdam?
Amsterdam

Birra chiara o scura?
Chiara

Cinese o thai?
Cinese

Depilate o naturali?
Depilate

Hells On Wheels o Halt and Catch fire?
Hell On Wheels perché ormai xe la quinta serie, ma Halt and Catch fire xe troppo figo

Walking Dead o Breaking Bad?
Breaking Bad, perché xe la miglior serie tv vista nei ultimi 20 anni, sì, son scontado, e Walking Dead seguo sempre ma me chiedo ormai el perché

Bo o Luke?
General Lee

Mare o montagna?
Montagna.. fresco, no caldo, grazie

Botta o risposta?
Botta forte

Intervista a The Howlers in concerto al Mostovna domenica 9 marzo

Alla vigilia del tour che li vedrà per la prima volta live in Europa, abbiamo intervistato The Howlers. Partiti dai sobborghi dell’East London, dove si sono rapidamente imposti come una delle realtà più interessanti della scena indie britannica, e diversi tour nel Regno Unito che hanno visto il tutto esaurito, la band sarà in concerto domenica 9 marzo al Mostovna di Nova Gorica, in apertura ci saranno i Pretty Explosions, biglietti disponibili QUI

Ciao e benvenuti su Freezine, come procede?

Ciao, grazie per l’attenzione, qui tutto bene! Speriamo anche lì!

Siete alla vigilia del vostro primo tour in Europa, dove suonerete per la prima volta in molti Paesi, tra cui la Slovenia…come vi sentite?

Sì, è la prima volta che suoniamo in Slovenia, è sempre eccitante ed allo stesso tempo siamo un po’ nervosi ma non vediamo l’ora, sarà ancora più speciale, Nova Gorica è appena nominata Capitale Europea della Cultura!

Potreste cominciare raccontandoci qual è la ora la vostra attuale line up e come avete cominciato a fare musica assieme?

L’attuale formazione si concentra intorno al frontman Adam Young, i componenti cambiano spesso perché ci piace sempre prendere nuove direzioni e sperimentare nuove sonorità, al momento siamo Adam e Toby Richards alla batteria…per essere in due facciamo parecchio casino! Ci siamo conosciuti a Londra, Toby suonava in un gruppo di supporto agli Howlers e così abbiamo iniziato.

Perché avete deciso di chiamarvi The Howlers?

Adam viveva nelle case popolari in una zona non proprio bellissima, c’era un pub sulla Hoxton Street chiamato ‘The Howl at the Moon’, dove gruppi come Verve e Arctic Monkeys hanno girato i loro video. Una sera eravamo lì e stavamo pensando ad un nome per la band…e così ci è venuta l’idea!

Con il vostro album d’esordio ‘What You’ve Got To Lose To Win It All avete raggiunto velocemente la Top 15 Chart. Ci raccontate com’è nato?

L’album è un viaggio attraverso l’amore incondizionato, il dolore, la perdita che abbiamo vissuto sulla nostra pelle durante gli anni difficili della pandemia, di come siamo riusciti a superare questi momenti- in particolare Adam che ha perso sette amici e quattro dei suoi famigliari. Insomma, un periodo duro che ci ha spinto a far convergere tutte queste emozioni in un album.

Come si è svolta la realizzazione?

Abbiamo registrato 16 tracks in 8 giorni, uno sforzo notevole per cui bisogna prestare sempre molta attenzione, ma noi siamo una band indipendente, decidiamo noi quando iniziare e quando fermarci, così siamo abituati a questo genere di difficoltà. Nel Regno Unito c’è molto competizione, in questo senso ci sentiamo più europei, Toby è nato in Austria e ci piace andare in tour negli altri paesi.

Quali artisti o generi musicali vi hanno ispirato di più?

Un mare di colonne sonore, come musicisti abbiamo messo nell’album tutto quello che ci piace nella speranza di creare un sound il più originale possibile. Come generi diciamo anche il soul, l’hip hop e il garage rock.

Vi definite ‘East London Cowboys’ e uno dei vostri pezzi si apre con il tema di Ennio Morricone da ‘Il Buono, Il Brutto e il Cattivo’. Qual è il vostro rapporto con il cinema western?

Quando Adam era un ragazzino la domenica tornava dalla partita e si metteva a guardare sempre western. Gli piaceva tornare a casa e guardare questi vecchi film, probabilmente è stato questo ad influenzarlo, le colonne sonore e tutto il resto erano fantastiche, ci tenevamo a dare quest’impronta cinematografica all’album.

Alla produzione di quest’album, così come già per il lavoro precedente, ci sono Chris Ostler e Tommy Taylor, rispettivamente chitarrista e bassista dei Black Honey, com’è andata questa volta?

E’ sempre un piacere lavorare con Black Honey, siamo grandi amici e ci ispiriamo a vicenda, è come se fossimo un’unica band, il nostro è un rapporto che si basa sulla fiducia reciproca.

Quanto conta la dimensione live per voi?

E’molto importante, riproporre le cose fatte in studio per renderle ancora meglio sul palco…questa è sicuramente la parte più divertente!

In quale direzione stanno andando gli Howlers?

Cerchiamo sempre di evolverci, ci piace andare alla ricerca di nuove sonorità… in questo tour porteremo quattro pezzi nuovi!

Un saluto per i vostri fans?

Vi aspettiamo al Mostovna il 9 marzo!

Exilia: intervista alla band in concerto a Prosecco venerdì 22 novembre

Alla vigilia dell’evento che li vedrà per la prima volta live a Trieste, abbiamo intervistato Masha Mysmane, leader e fondatrice dei milanesi Exilia. La storica band, che in questi giorni è in tour per i vent’anni dall’uscita dell’album ‘Unleashed’, sarà in concerto venerdì 22 novembre al Kulturni Dom di Prosecco (Trieste), in apertura ci saranno Red Code, Silent Lie, Asterya e Dead Planet, porte alle 17:30!

Ciao Masha! Intanto, benvenuta su Freezine, come va?

Ciao! Grazie mille per l’accoglienza. Sto bene, carica e grata per tutto il supporto che stiamo ricevendo in questo periodo speciale per noi.

Manca poco alla vostra prima volta a Trieste, come vi sentite?

Siamo entusiasti! Trieste è una città che ci ha sempre affascinato e non vediamo l’ora di condividere la nostra musica e l’energia con il pubblico locale. Sarà una serata speciale e intensa.

Eravate in tour per il ventennale di ‘Unleashed‘ in Germania, Paese in cui avete scalato le classifiche e che vi ha premiato tramite MTV. Com’è andata?

Il tour in Germania è stato incredibile. Il pubblico ci ha accolto con calore ed energia, come sempre. Ogni volta che torniamo lì, è come ritrovare una famiglia. È un onore vedere come ‘Unleashed’ sia ancora così amato dopo vent’anni. Anche le date in UK, Austria e Svizzera sono andate alla grande: è un momento molto intenso e bello per noi.

Nel tour c’è anche una data unplugged, formula che avete già utilizzato per alcuni vostri brani. Perché questa scelta?

L’unplugged ci permette di mostrare un lato diverso della nostra musica, più intimo e vicino al cuore. È un’occasione per connetterci con il pubblico in modo profondo, raccontando le canzoni in una veste nuova e più vulnerabile. Facciamo pochi concerti unplugged, uno o due volte nell’arco di tre, quattro anni, quindi rimane un’occasione speciale per i nostri fans.

F: Avete condiviso il palco insieme a tanti artisti di calibro internazionale come Rammstein, Paradise Lost, Guano Apes, HIM, Buckcherry, Otep… Puoi raccontarci qualche aneddoto particolare, o quello che ti è rimasto più impresso?

MM: Ce ne sarebbero tanti, ma uno dei più memorabili è stato quando abbiamo suonato con gli In Extremo e Drowning Pool. L’energia e la scenografia dietro le quinte, il feeling che abbiamo instaurato tra noi musicisti è stato incredibile! Ricordo un peluche che ho trovato in camerino come regalo da parte di Micha (lead vocal degli In Extremo), che sapeva del mio amore per gli animali. Le serate negli aftershow ci hanno fatto sentire parte di qualcosa di speciale.

F: Credi che oggi per un gruppo italiano sia più facile emergere all’estero?

MM: In parte sì, grazie alle piattaforme digitali che permettono di raggiungere un pubblico globale. Tuttavia, la competizione è feroce e l’autenticità è ciò che davvero fa la differenza.

F: Quando hai iniziato, erano ancora poche le frontwomen. Quali sono state le tue fonti d’ispirazione, se ne hai avute?

MM: Le mie principali ispirazioni sono state Joan Jett e Björk. Hanno portato forza e unicità sul palco, dimostrando che la passione non ha genere.

F: Che cosa pensi delle band tutte al femminile? Rappresentano un cambiamento del ruolo femminile nella scena metal o è più che altro una strategia commerciale?

MM: Penso che rappresentino un’evoluzione naturale nella scena musicale. È bello vedere donne che prendono il controllo della propria espressione artistica. Se è fatto con sincerità, va oltre ogni strategia commerciale.

F: Ti sei specializzata nel metodo Vocal Power, che insegni anche nella tua scuola. Puoi spiegarci di che cosa si tratta e che cosa cerchi di trasmettere alle tue allieve?

MM: Il metodo Vocal Power di Elisabeth Howard è incredibile per ottenere potenza e controllo, e per diventare consapevoli di come usare i colori e le sfumature della propria voce. Cerco di trasmettere alle mie allieve la capacità di esprimersi in modo autentico e sicuro, trovando la propria voce. Ho anche realizzato il mio sogno e, insieme ai miei due soci, ho aperto una scuola di musica, la NCDM Music School, alle porte di Milano. Siamo anche centro Vocal Power in Italia.

F: Con gli Exilia avete qualche progetto all’orizzonte, qualche news in vista?

MM: Stiamo lavorando a nuova musica e ci sono collaborazioni in arrivo. Non vediamo l’ora di condividere di più con i nostri fans presto!

F: Un messaggio per i fans triestini?

MM: Portate la vostra voglia di musica  perché insieme faremo esplodere la serata! Ci vediamo presto, e sarà indimenticabile.

The Dead Daisies -Intervista a Doug Aldrich

Alla vigilia del tour in partenza venerdì 3 giugno da Amburgo, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il mitico Doug Aldrich dei The Dead Daisies! Proprio in questi giorni la band sta scaldando i motori nella città anseatica per tornare più carichi che mai sui palchi di festival come il Graspop (Belgio), l’Hellfest e il God Save The Kouign Fest (Francia), il Masters Of Rock Festival (Repubblica Ceca) e il Time To Rock Festival (Svezia), oltre ad una serie di show da headliner, tra cui il 3 luglio al Castello di San Giusto a Trieste….Don’t miss it!

Ciao Doug, e benvenuto su Freezine! Come stai, pronto per il tour? Direi molto bene, adesso stiamo provando! Non vediamo l’ora di suonare i pezzi di ‘Holy Grounds’ (uscito nel 2021, nda) che da queste parti la gente non ha ancora avuto modo di sentire dal vivo. In più abbiamo appena finito il nuovo album, quindi direi che tutto procede!

Per la seconda volta vi siete affidati a Ben Grosse in fase di registrazione, com’è andata?
Ha un tocco inconfondibile su ogni lavoro svolto, proprio come un regista quando gira un film. Oltre ad essere un bravo produttore e musicista, è anche una gran persona. Parte con un’idea precisa in testa e poi riesce a svilupparla più di quello che faremmo noi, il che è grandioso….ci stimola, ecco.

The Dead Daisies @Revolver Club di S. Donà (VE), 10.12.2018, ph. by Sarah Gherbitz

E per quanto riguarda la scrittura dei pezzi?
Sono sempre al lavoro, quando sono alla chitarra ma anche negli altri momenti. Appena mi viene un’idea buona di solito la salvo sul mio smartphone così sono sicuro di non perderla. Poi quando torno a casa prendo la chitarra e butto giù gli accordi. Qualche volta l’ispirazione viene anche solo ascoltando una batteria, oppure da un testo di Glenn.

Praticamente due anni senza musica dal vivo, come li hai vissuti?
Perlopiù in famiglia. Direi che questo è stato l’aspetto positivo di due anni parecchio difficili, poter trascorrere più tempo con i miei cari. L’isolamento ci ha dato l’opportunità di dedicarci a questo nuovo album, che penso riserverà più di una sorpresa.

Vi siete riuniti con il batterista Brian Tichy, che cos’ha di tanto speciale?
Tommy Clufetos è il batterista più heavy con cui abbia suonato e insieme ci siamo divertiti un sacco, ma Brian è il mio preferito. Non lo dico solo perché adesso è di nuovo con noi, lo pensavo già ai tempi degli Whitesnake quando facevamo dei progetti. E’ pieno di talento, ad un livello superiore. Ha stile e groove, il che rende bene soprattutto in fase di registrazione, e quando ascolterai l’album capirai perché lo abbiamo ripreso. Comunque il ‘pilastro’ della band è David Lowy, sono il suo spirito ed il suono della sua chitarra che fanno i Dead Daisies.

Doug con David Lowy sul palco del Revolver Club di S. Donà nel 2018, ph. by Sarah Gherbitz

Siete molto attivi sui social, come li vedi?
Sono uno strumento per passare parola e promuovere la nuova musica….spero che servano per la band. Da questo punto di vista sicuramente sono utili!

Sarete in tour con Judas Priest e Whitesnake nei grandi festival ed anche location più piccole, tu cosa preferisci?
I grandi festival sono un’opportunità per raggiungere più gente…e questo va bene per i Dead Daisies perché la nostra fandom è ancora in fase di costruzione. Poi dà soddisfazione suonare in un posto grande quando è pieno! D’altra parte è anche bello vedere le facce da vicino, nei posti piccoli si crea un’intimità speciale che in un certo senso ti fa sentire più vicino alle persone…a me piacciono entrambi, e in questo tour ci saranno tutti e due.

The Dead Daisies @Revolver Club, S. Donà (VE), 10.12.2018, ph. by Sarah Gherbitz

Quali consigli daresti ad una rock band emergente? In Italia ci sono i Måneskin, li conosci?
Sì, ne ho sentito parlare ma non li conosco molto, li ascolterò. Comunque gli direi di trovare un suono originale, in modo da non confondersi con altri…differenziarsi ritengo sia la cosa più importante. Recentemente sono andato ad un concerto per sentire le Deap Vally e devo dire che sono rimasto molto colpito!

Cosa dobbiamo aspettarci dai Dead Daisies nei prossimi mesi?
Be’, intanto è appena uscito il nuovo singolo che s’intitola ‘Radiance’! E’ un pezzo diverso dal solito, qualcosa di nuovo per lanciare il prossimo album. Lo abbiamo scelto per il Metaverso, la nuova piattaforma dove stiamo per entrare! Poi saremo in tour fino alla fine dell’estate, e subito dopo uscirà l’album.

Un messaggio per i fans italiani?
Intanto spero che stiate tutti bene! Non vediamo l’ora di venire in Italia, spero che ascolterete il nostro nuovo singolo e il nuovo album, appena uscirà. Grazie mille fin da ora per tutto il supporto, per noi è davvero importante..Ciao!

Intervista: Giöbia raccontano il nuovo album ‘Plasmatic Idol’

“Il plasmatic idol è quel qualcosa che ci guida nelle nostre scelte e creazioni, ci dà l’illusione di resistere al passare del tempo e in un certo tempo plasma la realtà così come la immaginiamo o abbiamo paura essa sia…”.

A pochi giorni dall’uscita del nuovo album ‘Plasmatic Idol’, disponibile qui via Heavy Psych Sounds Records, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con i milanesi Giöbia, veterani dello space rock since 1994! Dopo il release party al Cox18 di Milano, la band sarà in tour nei club e festival delle principali città europee, tra cui venerdì 22 maggio al Metelkova di Lubiana….DON’T MISS IT!!!

Ciao e benvenuti su Freezine! Per coloro che non vi conoscono, potreste cominciare presentando la vostra attuale line up e come avete cominciato a fare musica assieme?
Abbiamo una predilezione per i suoni lisergici e abbiamo iniziato a suonare assieme a metà degli anni 90 a Milano, la nostra città. Bazu e Stefano Betta, cioè chitarra e batteria, erano compagni di scuola, poi negli anni la formazione ha avuto diversi cambi di line up fino a quella attuale con Saffo Fontana all’organo e Paolo ‘Detrji’ Basurto al basso.

Com’è nato ‘Plasmatic Idol’, c’è un concept, un filo conduttore tra i diversi brani?
Ogni brano ha una sua storia ed è stato influenzato da qualcosa, i testi raccontano vicende che non ci riguardano necessariamente in prima persona, ma si rifanno piuttosto a degli stati d’animo che sono metafora di alcuni momenti della vita che ognuno di noi può aver passato. Quello che li accomuna è una sorta di oscurità che ci portiamo dentro, con la quale conviviamo in maniera più o meno conflittuale, ma che comunque è parte di noi e ci rende quello che siamo. A volte fa male, a volte ispira.

Quali sono le maggiori differenze con il disco precedente? In quale direzione sta andando il vostro sound?
Rispetto a ‘Magnifier’, ‘Plasmatic idol’ è probabilmente più maturo e meno claustrofobico. Anche se abbiamo forti radici nei 60’s la nostra direzione è il futuro, guardiamo sempre in avanti, a qualcosa di vintage nel suono ma innovativo nelle idee.

Nell’album ci sono diverse collaborazioni…
Abbiamo registrato il disco poco fuori Milano, al Trai Studio. Le registrazioni fatte al Trai fin da subito ci sono sembrate ottime, Fabio “Trai” è stato fondamentale in tutte le fasi della realizzazione di ‘Plasmatic Idol’. Terminate le registrazioni il nostro è stato un lavoro di produzione, abbiamo cercato di dare un’identità unica a questo nuovo lavoro.
Per la finalizzazione ci siamo affidati a Brett Orrison (Spaceflight Records di Austin, Texas) che avevamo conosciuto nella data che avevamo fatto a Ferrara con i Black Angels, di cui è fonico. Brett aveva già masterizzato due brani per noi, che poi sono entrati a far parte della compilation della Fuzz Club ‘The Reverb Conspiracy’ vol. 2 e 4. Con Brett ci siamo trovati molto bene, ha capito subito le nostre intenzioni ed è stato molto disponibile e professionale.

Com’è iniziata la collaborazione con la Heavy Psych Sounds?
Avevamo conosciuto Gabriele Fiori (founder dell’etichetta, ndr) diversi anni fa. Con HPS era già uscita la terza stampa di ‘Magnifier’, abbiamo visto nascere e crescere nel tempo quest’etichetta, la creatura di Gabriele. Era arrivato il momento di fare qualcosa di più.

Quale futuro vedete oggi per la scena italiana psych-stoner, considerando la fioritura di band e festival dedicati a questo genere negli ultimi anni?
Solitamente quando in Italia esplode qualcosa vuol dire che siamo vicini alla sua fine. L’Italia negli ultimi anni è riuscita a far emergere dall’underground band ottime e tutte dal suono estremamente diverso tra loro ed originale. Quello che a noi importa è che ci siano sempre stimoli nuovi e band interessanti con le quali confrontarci e prendere spunti.

Com è oggi il vostro rapporto con la scena underground milanese?c’è fermento, partecipate a manifestazioni, concerti etc?
Fortunatamente abbiamo molti appassionati che vanno ai concerti, comprano dischi, dei veri e propri invasati che noi amiamo. Diciamo che c’è fermento, quello che manca rispetto a qualche anno fa sono i locali adeguati che possano ospitare concerti di musica underground.

Per chi non conosce il suo significato, potete spiegare che cosa significa ‘giöbia’ e perché avete deciso di chiamarvi così?
La Giöbia è un fantoccio della cultura popolare lombarda che viene bruciato l’ultimo giovedì di gennaio come rito propiziatorio. Questo fantoccio dalle sembianze umane è la nostra strega protettrice.

Vi aspetta anche il tour, come vi sentite? Quanto conta per voi il live?
Non vediamo l’ora di ricreare uno spettacolo nuovo, siamo molto eccitati, per questo ci vorrà del tempo per trovare l’equilibrio giusto.Solitamente il live e la realizzazione di un album sono due processi molto differenti. Difficile dire a quale siamo più legati, entrambe le cose sono fondamentali.

C’è qualcosa che volete aggiungere?
Molte persone venerano idoli in carne ed ossa, altri credono in idoli che appartengono a dimensioni più immateriali in nome dei quali sono pronti a sacrificare tutto…questo ci dà l’illusione che ci sia un senso in ciò che accade e in ciò che facciamo, che ci sia un disegno dietro, un filo conduttore…Il ‘plasmatic idol’ è quel qualcosa che ci guida nelle nostre scelte e creazioni, ci dà l’illusione di resistere al passare del tempo e in un certo tempo plasma la realtà così come la immaginiamo o abbiamo paura essa sia…in questo senso può essere considerato il filo conduttore tra spaccati e atmosfere così diverse nelle canzoni nell’album.

YEAH: portare la musica indie nel Porto Vecchio di Trieste

Tra le novità  del cartellone di Trieste Estate, quest’anno ha fatto il suo debutto YEAH, rassegna di concerti che ha portato nel Porto Vecchio alcune tra le più interessanti band della scena indie internazionale. Abbiamo chiesto a Marco Valvassori, direttore artistico della manifestazione, di raccontarci com’è nata quest’iniziativa ed i suoi futuri sviluppi.

YEAH, che sta per Young European Artists Hub, è nato ufficialmente lo scorso marzo con il live del pianista e compositore sloveno Bowrain alla Casa della Musica di Trieste’, spiega Marco.

‘Il progetto unisce una serie di realtà già attive da anni nel campo dell’organizzazione di eventi musicali: Valva Booking & Promotion, Associazione Projec_TS e l’Associazione Musicale Jambo Gabri‘.

‘L’intento è quello di aprire la città alla miglior musica indipendente europea e fare da ponte con i vicini Balcani, senza distinzione di generi’, continua Marco. Quello che prediligiamo è la freschezza della proposta ed un approccio professionale alla musica. Per la scelta dei gruppi seguiamo attivamente i festival che si svolgono in giro per l’Europa, ce ne sono molti che si occupano di musica emergente, chiamati showcase festival, come ad esempio il MENT di Lubiana o il Waves di Vienna’.

‘Prima dei tre appuntamenti open air nel piazzale della Centrale Idrodinamica ce ne sono stati altri due nella sala conferenze del Magazzino 26, in Porto Vecchio. Ospiti in quelle occasioni la band croata post rock/shoegaze ŽEN e il duo electro/jazz /soul Technoir. Per i tre appuntamenti inseriti nel cartellone di Trieste Estate abbiamo proposto tre gruppi, di generi diversi, provenienti da Slovenia, Milano e Svizzera. Precisamente i Koala Voice, giovanissima band slovena che spazia tra sonorità indie ed il rock/pop anni ’70, con due dischi all’attivo e già più di cento concerti alle spalle -inclusi festival internazionali come Eurosonic, Liverpool Sound City, Wild Mint a Mosca e Tallinn Music Week- che a Trieste hanno presentato il loro nuovissimo album ‘Wolkenfabrik’.

La serata conclusiva di YEAH festival, (C) Claudia Bouvier Caldéron

‘Poi i Pashmak, il cui sound si muove tra elettronica, art-rock, indie e folk, cosparso da influenze eterogenee così come l’origine degli stessi componenti della band: c’è chi ha discendenze iraniane come
il cantante Damon Arabsolgar, chi statunitensi (Giuliano Pascoe), chi più semplicemente siciliane (Martin Nicastro) e lucane (Antonio Polidoro)’.

Gran finale con Peter Kernel, duo post punk dalla Svizzera che lo scorso 3 agosto ha chiuso in bellezza la rassegna. Le serate, tutte ad ingresso libero, hanno visto in apertura alcuni tra i gruppi locali più promettenti (J_A_N, Bill Lee Curtis ed Ask Her Out) ‘in linea con la nostra idea’, sottolinea Marco, ‘di scambio e crescita reciproca’.

Ma com’è stata la risposta da parte del pubblico? ‘Molto promettentecon un aumento esponenziale di serata in serata. Decisamente entusiasmante se si pensa che si tratta di un’area ancora tutta da scoprire e sfruttare, una dimostrazione ulteriore che la qualità e l’impegno pagano. ll Porto Vecchio’,aggiunge, ‘ha senz’altro delle potenzialità strabilianti, si potrebbe migliorare la connessione con il resto della città, forse con dei servizi navetta appositi’.

Quest’anno l’antico scalo triestino ha ospitato diversi spettacoli anche di danza e teatro: che qualcosa si stia finalmente muovendo? Il Porto Vecchio continuerà ad ospitare musica live?
‘Assolutamente sì, e sono sicuro succederà. Nel nostro piccolo faremo il possibile per continuare a portare la miglior musica indipendente da Europa e oltre’.

«Con Steven Tyler ci divertiremo un sacco»: intervista a The Loving Mary Band

Abbiamo intervistato Sarah Tomek, la 36enne batterista scelta da tante star del rock made in USA (Maggie Rose, Bon Jovi, Bebe Buell, Lance Larson, Gretchen Wilson), che quest’estate sarà in tour con Steven Tyler e la Loving Mary Band per tre date in Italia:
18 luglio @Trieste, Piazza Unità
24 luglio @Barolo, Collisioni Festival, Piazza Colbert
27 luglio @Roma, Auditorium Parco della Musica

Del suo stile hanno scritto che è come ‘un mix esplosivo tra la forza di John Bonham dei Led Zeppelin e la precisione di Keith Carlock’. Nata nel New Jersey, si può ben dire che Sarah la musica ce l’ha scritta nel sangue. Inizia a picchiare sulla batteria da bambina seguendo le orme del padre, Joe ‘Bop’ Tomek, batterista molto attivo della scena newyorkese anni ’70 (Mushroom, LipMan and the Lips, Rogues on the Run).

F: Ciao e benvenuta su Freezine! Come va?
ST: Molto bene, grazie!

F: Com’è lavorare con la Loving Mary Band? E come sei entrata in contatto con loro?
ST: Ho conosciuto Marti (Frederiksen, chitarrista, autore e producer per Aerosmith, Mötley Crüe, Buckcherry nda) in un pub di Nashville mentre stavo suonando ‘Lord Of The Thighs’, un vecchio pezzo degli Aerosmith. La cosa buffa è che in quello stesso periodo registravo nel suo studio e non lo avevo mai incontrato!’

‘Dopo avermi sentito suonare mi ha detto che gli piaceva il mio stile’ continua Sarah, ‘e così è cominciato tutto! La Loving Mary Band ha un dono eccezionale, cioè la capacità di riuscire a suonare adattandosi a contesti anche molto diversi tra loro…sia che si tratti di un matrimonio, di un festival oppure insieme a Steven Tyler!’

Sarah comincia a suonare live prestissimo nei club di Asbury Park, soprattutto allo Stone Pony …sì, proprio quello di Bruce Springsteen! La sua prima band ‘seria’ sono stati i Days Awake e il suo primo tour importante con le Lez Zeppelin, tribute band tutta al femminile. 

La svolta arriva però nel 2012 quando Sarah decide di trasferirsi a Nashville, la capitale del country, dove inizia a lavorare con tanti artisti della scena locale. Tra questi c’è anche la Loving Mary Band…il resto è già storia!

F: Com’è stato all’inizio l’impatto con Nashville?
ST: ‘E’ stata dura. Trasferirmi da sola in un posto nuovo senza conoscere nessuno…ma sapevo che questo era l’unico modo per poter suonare full time, cosa che invece non sarebbe successa se fossi rimasta nel New Jersey, e lo stesso discorso vale per New York. Lì lavoravo dalle 9 alle 5, poi la sera suonando finivo spesso alle 3-4 del mattino, per poi dover tornare al lavoro alle 9 la mattina successiva…massacrante! Quindi quando è arrivata l’occasione giusta sono saltata sull’autobus per Nashville ed ho fatto 181 concerti in 9 mesi’.

F: Oltre alla Loving Mary Band, con quali altri artisti stai lavorando?
ST: ‘Con i Them Vibes, un’altra band di Nashville e abbiamo appena fatto un album con Maggie Rose! Maggie è un’artista molto popolare di pezzi country e pop, ed ora con la nuova collaborazione ci sono ulteriori novità! In studio eravamo in 12, tutti nella stessa stanza, abbiamo registrato tutto in presa diretta, nessuna aggiunta’.

‘Con quest’album ci siamo presi un bel rischio’, spiega Sarah,’ ed il risultato è davvero coraggioso, soprattutto nei confronti dell’ambiente musicale di Nashville, che è diventato fin troppo saturo e ‘fighetto’! Abbiamo finito di registrare in marzo, e con i Them Vibes ci sono altre date in programma per l’autunno. C’è uno scambio continuo tra i componenti che suonano in entrambe le band, ormai siamo come una grande famiglia! Vorrei che la collaborazione con Maggie Rose continuasse, credo che abbiamo ancora molto da dare insieme! Fare il disco è stata fantastico, ed anche suonare live…senza dimenticare che i Them Vibes hanno anche un cantante carino! (Larry Florman, con cui Sarah si è sposata, nda).

Sarah durante un concerto con Steven Tyler

F: Non ci sono dubbi, suonare con Steven Tyler è un sogno per molti musicisti. Che cosa si prova a condividere il palco con lui?
ST: ‘Condividere…? E’ Steven che domina il palco! Sono sua fan da sempre, e riuscire a suonare con un personaggio che ho sempre ammirato è la cosa migliore che potesse capitarmi…qualche volta mi faccio invidia da sola!’

F: Quest’estate arriverete anche in Italia, come la vivi?
ST: ‘Non vedo l’ora, è la prima volta in Italia per me! I tour con Steven sono fantastici perché a lui piace andare in giro ad esplorare…so già che vedremo un sacco di posti e mangeremo tantissimo!’

Animal Drive, Dino Jelusic: ‘Già al lavoro sul secondo album’

Ormai lanciatissimi nel firmamento delle superstar dell’hard rock internazionale, gli Animal Drive si sono formati nel 2012 a Zagabria sotto la spinta del frontman Dino Jelusic, classe 1992, talentuoso singer le cui doti canore hanno convinto anche Sua Maestà Jeff Scott Soto (Yngwie Malmsteen, Talisman, Journey) che, dopo averlo scoperto durante un tour con la Trans-Siberian Orchestra, ha deciso di proporre alcuni suoi brani alla Frontiers Music…il resto è già storia!

Abbiamo rivolto qualche domanda a Dino alla vigilia del concerto che li vedrà live sabato 14 luglio al Rock Camp di Trieste  -ingresso gratuito.

F: Ciao Dino! Intanto benvenuto su Freezine, come va?

DJ: Hey, ciao, qui tutto bene!

F: Manca poco al Rock Camp, come vi sentite?

DJ: Ci sono già stato due anni fa con la mia band dell’epoca, ci chiamavamo Dino & The Mad Dogs. E’ stato figo, quindi non vedo l’ora di tornare!

F: Due anni dove sono successe tante cose! Potresti cominciare raccontandoci qual è la ora la vostra attuale line up e come avete cominciato a fare musica assieme?

DJ: Ho conosciuto Keller nel 2010, ci trovavamo per provare in una cantina. Mai avrei pensato che in Croazia ci fosse qualcuno in grado di suonare la chitarra come lui…con personalità, insomma con le palle! Avevo sempre in mente di chiamarlo per suonare, ma poi io sono tornato con la mia band, lui con la sua, e in pratica ci incontravamo ai rispettivi concerti. Quando è arrivato il momento di rimpiazzare il chitarrista, l’ho chiamato. Da allora non se n’è più andato, e son passati tre anni.

‘Rok, il bassista, già suonava con noi saltuariamente’, continua Dino, ‘siamo andati d’accordo fin dall’inizio, quindi l’anno scorso è entrato ufficialmente nella band. Per me è uno dei migliori bassisti attualmente in circolazione, con un sacco di carisma e il sound giusto! Alla batteria ora c’è Zvone, che insieme a me è l’unico membro originale della band. Suonava con noi dal 2011 al 2014, poi si è dovuto trasferire e così al suo posto arrivò Adrian (Boric). Ma ora è tornato, e questo mi rende davvero felice perché ci capiamo che è una meraviglia, sia sul palco ma anche al di fuori!

F: Perché avete scelto di chiamarvi Animal Drive?

DJ: Abbiamo scelto questo nome perché si accordava con il nostro sound, con i nostri brani ma anche con la nostra presenza scenica. E’ semplice, diretto, ti entra in testa appena comincia il pezzo e le luci si illuminano e noi siamo pronti a diventare delle belve…! Insomma, era senza dubbio il nome adatto!

F: Il vostro disco d’esordio ‘BITE!’ ha riscosso molto entusiasmo, ci racconti come è nato?

DJ: Avevo così tanto materiale che non sapevo cosa farci, ma per fortuna l’avevo conservato ed è proprio così che è nato ‘BITE! Il tema del disco è la vita con tutti i suoi alti e bassi: le frustrazioni, l’amore, la rabbia, il sarcasmo (‘Devil Took My Beer Again’), un pizzico di poesia sci-fi in ‘Deliver me’…e così avanti.

Animal Drive ‘BITE!’, Frontiers Records (2017)

F: Quali sono gli artisti che vi hanno influenzato durante la composizione?

DJ: Tantissimi…tutti noi siamo cresciuti ascoltando rock old school e heavy metal! Ma ci piace anche spaziare, infatti spesso mescoliamo i pezzi più heavy con qualcosa dello stile di Jessie J, questo per farti capire fino a che punto di follia possiamo arrivare…. E poi ovviamente ti dico Whitesnake, Pantera, Alice in Chains, Nevermore, Gojira, Winger, Guns N’ Roses…insomma, anche troppi!

F: Hai cominciato a cantare a soli cinque anni, partecipando a tanti concorsi e vincendo premi importanti. Ma c’è un momento preciso in cui hai capito che il rock sarebbe stato la tua vita?

DJ: Sì, ascoltando mio padre suonare i pezzi degli AC/DC. Mi sono innamorato del rock ascoltando ‘Thunderstruck’…e poi tutta la musica di mio padre mi ha influenzato tantissimo (Dario Jelusic, musicista e manager della band, nda)

F: Sei cresciuto a Zagabria, com’è lì la situazione?

DJ: Non mi piaceva, almeno fino al momento in cui ho conosciuto la scena underground inglese…E’ stato allora che ho capito che in realtà la Croazia ha una scena rock/metal/punk davvero valida. Ed è anche molto seguita….certo, si può fare meglio, ma al momento la situazione non è male!

F: Com’è l’esperienza con la Frontiers?

DJ: Alla grande, gli sono grato per la fiducia che mi hanno dato e sono sicuro che anche loro sono contenti, per il disco e soprattutto per l’accoglienza che sta ricevendo. E siamo già al lavoro sul secondo album! 

F: Prossimi progetti?

DJ: Abbiamo un sacco di offerte, chiacchiere, opportunità ma al momento non c’è ancora nulla di definito…Comunque, ora questa band è sicuramente la nostra priorità!

Welcome Coffee: intervista alla band in concerto al Full Gass sabato 10 marzo

«Mine musicali da Trieste». Così ha definito ‘Rockit’ i Welcome Coffee nella recensione di ‘The Mirror Show’, il loro ultimo Ep che, dopo un breve periodo di pausa, li ha visti tornare sulla scena con una nuova line up più fresca e carica che mai.

Abbiamo rivolto alcune domande a Stefano Ferrara, leader della band, alla vigilia del concerto che li vedrà live  al Full Gass di Trieste sabato 10 marzo ad ingresso gratuito. La serata vede in apertura gli What If I Was The Ceiling, questo il link all’evento su Facebook. 

Welcome Coffee (C) Ishtar Reja

Ciao, benvenuti su Freezine! Siete freschi di nuovo Ep e video, come vi sentite, come state vivendo l’esperienza?

Ciao, innanzitutto grazie per la domanda (ho sempre sognato di dirlo!), questa seconda vita dei Welcome davvero ci sta dando molte soddisfazioni: aver cambiato 3/5 della band era un grossa sfida, a volte cambiarne anche solo un elemento diventa un’impresa…figuriamoci tre!
Le cose sono nate molto spontaneamente e i nuovi elementi hanno portato tanto entusiasmo e soprattutto tanta tecnica e professionalità.
Ora ognuno ha un suo ruolo ben preciso all’interno dell’ingranaggio della band e soprattutto ci divertiamo un sacco, specie quando componiamo nuovo materiale, sembra di suonare assieme da una vita.

Ti andrebbe di riassumere la storia della band per chi ancora non vi conosce?

Ok, cercherò di essere breve: Welcome Coffee è un progetto musicale rock-alternative formatosi a Trieste nel 2012. L’idea di base è quella di fondere varie sonorità musicali senza identificarsi in un genere in particolare, lasciando libero sfogo alle attitudini dei singoli musicisti.
Dopo aver realizzato un EP (Box #2), un singolo (‘Sleepwalker’) e un LP (‘UnEvEn’) nel dicembre del 2015, per divergenze musicali, la band si scioglie definitivamente.
La voglia di suonare era troppa e la sensazione di aver fatto qualcosa di buono non andava via, pertanto qualche mese dopo, il sottoscritto Stefano Ferrara (bassista e fondatore della band) e Andrea Parlante (tastiere), abbiamo deciso di portare avanti il progetto cercando gli elementi mancanti, e dopo qualche mese, la ricerca è finita con l’ingresso di Davide Angiolini (batteria), Andrea “Armando” Scarcia (voce) e Bill Lee Curtis (chitarre). Non abbiamo perso tempo e abbiamo subito realizzato il nostro quarto lavoro: l’EP chiamato ‘The Mirror Show, realizzando contestualmente anche il nostro primo video ufficiale.
Per chi non ci conosce il nostro genere è molto variegato, comprende rock, funky, elettronica, prog e tanto altro, il che rende i nostri live per nulla monotoni.

Da dove viene il nome Welcome Coffee?

Il nome originale era Caffeine ma era troppo inflazionato, per gioco poi è diventato Welcome Coffee, qualcosa che desse energia e allora stesso tempo ti facesse sentire rilassato… e poi da buon napoletano non nascondo una mia piccola mania per il caffè!

Com’è nato ‘The Mirror Show’, c’è un concept, un filo conduttore tra i diversi brani? Com’è stata l’accoglienza finora?

‘The Mirror Show’ è nato dai pezzi rimasti in sospeso dopo lo scioglimento della band: pezzi inediti, sì, ma non nuovi.
La voglia di metterci subito alla prova era tanta e quindi ci siamo lanciati in quest’avventura, diciamo che è questo il vero filo conduttore.
Abbiamo da poco stampato una minima quantità di copie fisiche dell’EP, perché ormai si punta più sul digitale, giusto per chi vuole contribuire a far crescere il progetto.
Sono tempi difficili per la musica, l’attenzione verso le band emergenti è al minimo storico, specie per una band di nicchia come la nostra, ma noi teniamo duro, consapevoli che suonare ci fa stare bene e il resto ben venga.

Welcome Coffee, ‘The Mirror Show’ (2017)

Quali sono le maggiori differenze con il materiale precedente? In quale direzione sta andando il vostro sound?

Il filo conduttore è sempre lo stesso, ogni idea è buona a prescindere dal genere e dalla lingua del testo, ma posso affermare senza dubbio che ora c’è un impronta più rock grazie alla chitarre di Bill Lee.
Inoltre il sound variegato e coivolgente di Davide e la duttilità della voce di Andrea rendono quasiasi genere appetibile al nostro nuovo repertorio.

Nell’album c’è un brano che è un omaggio a ‘Twin Peaks’, perché questa scelta?

Questa è stato un mio personale tributo all’opera del maestro David Lynch. Ogni 5-6 anni rivedo questo telefilm-capolavoro coinvolgendo persone che non lo conoscono. Proprio mentre riguardavo le vecchie puntate è nata l’esigenza di un testo per una nuova canzone e quindi ho voluto provare ad omaggiare questa pietra miliare della tv anni ’90.

Com’è nata invece l’idea del video di ‘The Mirror Show’?

L’idea del video l’avevo covata da anni ma mai realizzata. È stata un’esperienza straordinaria, a questi livelli ti scontri con budget quasi inesistenti, quindi devi puntare tutto sulla fantasia e sui pochi mezzi che hai a disposizione.
Tra le canzoni dell’EP, ‘The Mirror Show’ era quella che più si prestava ad essere realizzata a costi bassi e con un paio di location, inoltre a mio avviso ha un testo allegro e un sound molto orecchiabile.
È stato quasi interamente girato in un bagno, dove a tutti, almeno una volta, è capitato di canticchiare. Sarà che il riverbero ti fa sentire una rockstar o sarà perché sei solo e puoi sfogare la tua vena artistica senza paura di essere giudicato… Il video parte così, con del sano ‘bathroom singing’ ma poi le cose prendono una piega strana… ma non faccio spoiler, guardatelo! Ai posteri l’ardua sentenza, noi ci siamo divertiti da morire a girarlo e a nasconderci qua e là qualche ‘chicca’ divertente.

Che cosa bolle in pentola per il futuro?

Dopo la data del 10 Marzo al Full Gass di Trieste, il 6 aprile saremo al 2° Lamps e Saetis a Corno di Rosazzo (UD) per una serata a base di birra e biker.
Inoltre siamo già stati confermati per il prossimo “Rock CAMP Summer Music Festival” che si terrà a Trieste in estate.
Qualche altra data è ancora in fase di conferma, vi aggiorneremo sui nostri canali social.
Oltre ai live, c’è l’obiettivo di di realizzare un nuovo CD entro l’inizio dell’anno prossimo, con tutto il materiale composto in questi ultimi mesi dalla nuova formazione, non vediamo l’ora!

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